La Ribolla è in crisi? Si, di marketing

Ma come, la Ribolla Gialla non doveva essere il nuovo, ennesimo, vino bandiera del Friuli Venezia Giulia?


La vendemmia 2019 è stata accompagnata da articoli, discussioni e trasmissioni televisive sulle emittenti locali (ad es. “Una bolla chiamata Ribolla, siamo ai saldi?” su Telefriuli) per stigmatizzare un apparente crollo della quotazione dell’uva sul mercato. Crollo che ha visto una conseguente isteria dei viticoltori che, in questi anni, hanno piantato circa 1500 ettari nella pianura, portando la superficie vitata a circa 1800 ha totali. Eppure, da parte dei produttori di collina di Collio e Colli Orientali, questo crollo pare non essersi avvertito, come comunicato dai due Consorzi di tutela che, nel frattempo, stanno faticosamente lavorando per arrivare ad una proposta volta a identificare e proteggere la produzione tradizionale di questo vitigno.

Tutela che, nel frattempo (perché in FVG avvengono molte cose “nel frattempo”) viene chiesta a gran voce dai sindacati di categoria, dalle associazioni, dai diversi partiti politici, al fine di “mettere in sicurezza” il nome e la tutelarità della Ribolla Gialla da attacchi esterni, sia nazionali (pare, così si dice sottovoce, che nel Veneto Orientale siano alcune centinaia gli ettari piantati a Ribolla Gialla, vitigno che entra/entrava nel disciplinare dell’IGT “delle Venezie”) che transfrontalieri (nel BRDA sloveno è una delle varietà più diffuse), per non trovarsi con un nuovo “caso Tocai”.

Il primo passo sembra essere il cambio del nome del vitigno, tattica inaugurata dal Prosecco che, almeno, aveva un riferimento geografico ed un sinonimo acclarato con quella Glera che, dall’altipiano carsico, si era poi espansa fino a raggiungere le colline del trevigiano. E dove la geografia non poté, si diede de facto un nome di toponimo ad una zona dei Colli Bolognesi per tutelare il Pignoletto. Spero non si voglia cercare una strada analoga perché il Comune di Ribolla esiste ma è situato in provincia di Grosseto!

Ha molto più senso quanto proposto dall’Associazione Ribolla di Oslavia per una DOCG molto caratterizzata, come sono i vini di quella parte del Collio e di quelle aziende che vedono nel vitigno una parte della loro identità.

Eppure…

Eppure questa situazione era stata ben prevista già da tempo. Ad es. da un imprenditore che sta facendo della Ribolla Gialla un vino di successo, quale Valerio Civa, che con la sua Tenimenti Civa è oggi un riferimento del vino friulano nel canale moderno. Allo stesso modo da un osservatore esterno quale Andrea Gori che su Intravino più di un anno fa parlava del pericolo di “venetizzazione”.

Eppure…

Eppure negli ultimi anni la Ribolla Gialla è un vitigno di indubbio successo, almeno sul mercato italiano. A leggere i dati IRI presentati puntualmente al Vinitaly è uno dei vini di maggiore crescita, avendo superato i 4 milioni di bottiglie.

Eppure…

Eppure se un vino deve essere il portabandiera di una zona dovrebbe costruirsi una reputazione che si trasferisca al territorio e viceversa. Non è questione di prezzo ma di soddisfazione dei bisogni di una precisa fascia di consumatori che vedono in quel prodotto la migliore alternativa possibile per motivazioni possibilmente non legate al prezzo. Si parla di costruzione di un valore intangibile che è alla base di un conseguente marchio. Si può ragionevolmente affermare che la Ribolla Gialla sia percepita come il prodotto che identifica il FVG e che ne eleva la percezione quale territorio vinicolo, con conseguenti ricadute positive sul turismo e l’indotto?

Personalmente nutro ancora qualche dubbio. Se è indubbio che in questi anni in Italia si parli di Ribolla Gialla friulana, è vero che se si interrogano i consumatori (ma anche molti operatori) su quale sia la Ribolla e quale immagine abbia, temo molti avrebbero difficoltà a rispondere. Sarà quella ferma vinificata in acciaio per esaltarne le note di freschezza? Quella vinificata in legno proposta da alcuni produttori di collina? Sarà la versione “orange wine”, macerata o ambrata, come viene chiamata quella che si identifica, appunto, principalmente con quella prodotta a Oslavia e dintorni? O invece è quella spumantizzata che viene proposta dai produttori prevalentemente di pianura, ma non solo? E tra quella spumantizzata, sarà quella che sosta brevemente in autoclave, quella che utilizza uno Charmat più lungo (fino all’ormai famoso “metodo Collavini” dall’azienda che ha portato questo prodotto alla ribalta già da alcuni decenni) o addirittura il metodo classico?

Intendiamoci, anche dal punto di vista del marketing, la versatilità di un vitigno che si presta a diverse interpretazioni è un potenziale punto di forza. A patto che sia, se non l’unico, il vitigno principale di una zona. Vedi Verdicchio per le Marche o Chenin Blanc per la Loira centrale.

Ma qui, invece, siamo in una regione che autorizza la coltivazione, tra le diverse DOC, di una ventina di vitigni e che ha circa il 50% della superficie (e a spanne almeno il 60% dei volumi) riservata a due vitigni che non si considerano identitari, ossia Pinot Grigio e Glera, che entrano appunto all’interno di Denominazioni transregionali non gestite in FVG. Inoltre, come sottolineato anche quest’anno nella prefazione alle schede delle aziende recensite nella Guida Slow Wine, di cui sono stato alla presentazione a Montecatini il 12 ottobre, il tessuto produttivo friulano è sensibilmente cambiato negli ultimi 10 anni, vedendo ormai un buon 25% della produzione a bollicine e una quota dei vitigni rossi sempre più residuale.

Ma, tornando alla nostra reputazione, se sfogliamo la Guida Slow Wine, di Ribolla Gialla che abbia ottenuto qualche riconoscimento c’è solo quella di Gravner. Identitaria del produttore e della microzona già citata, ma non certo rappresentativa dei 1800 ettari vitati. Tra i vini che hanno ottenuto i “Tre Bicchieri” del Gambero Rosso nessuna Ribolla Gialla e, a memoria, non ricordo più di 4-5 etichette negli ultimi 20 anni. Se invece prendiamo la Guida Ristoranti e Vini dell’Espresso, di cui sono stato oggi alla presentazione a Firenze (vivere ormai in Toscana ha diversi vantaggi…), scopriamo che le “5 bottiglie” sono state assegnate a Miani (per chi lo conosce, Enzo Pontoni non è proprio un produttore di volumi…), mentre le “4 bottiglie” nella categoria dei vini sotto i 15€ le guadagna un vino a me sconosciuto, una Ribolla Gialla IGT di tal Filare Italia che credo sia un brand commerciale.

Non voglio ridurre un concetto chiave come la reputazione ai premi delle Guide o ai punteggi di riviste e critici internazionali, ma evidentemente un legame c’è, come affermato da tutta la letteratura di marketing del vino. Ad es. sulle condizioni che portano un vino ad essere considerato un “fine wine” suggerisco questo articolo di Wine Intelligence.

Penco, e quindi?

E quindi per costruire la reputazione di un vino o vitigno e trasferirla alla zona di produzione serve tempo, servono produttori che sappiano affermarsi, serve uno stile ma, oggigiorno, serve una strategia di posizionamento. Cosa vuole essere la Ribolla Gialla, un vino da tutti i giorni o un vino anche prestigioso? Una bollicina succedanea del Prosecco o una sua alternativa “premium”? E per entrare nel novero dei “fine wines” deve scegliere la strada della macerazione sulle bucce?

Se guardiamo ad altre esperienza virtuose, dal Sauvignon della Nuova Zelanda al Grüner Veltliner austriaco fino ai rosati della Provenza, possiamo affermare che c’è sempre dietro una precisa pianificazione che nasce da analisi di mercato, analisi sui gusti e i bisogni dei consumatori, che hanno portato a ricercare e attuare precise strategie di posizionamento di identità e immagine poi tradotte in strategie promozionali e commerciali, da cui il Friuli Venezia Giulia non può esimersi se non vuole perdere anche questa occasione ma subire gli eventi rimanendo a discutere internamente.

Se le previsioni che stimano, a regime, una produzione potenziale di circa 20 milioni di bottiglie dai 1800 ettari complessivi, infine, tale strategia risulta ancor più indispensabile e urgente.

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Stappature estive e conseguenti riflessioni

Riprendo dopo ormai un anno a scrivere sul blog. Non che mancassero gli argomenti, ma il tempo e la freschezza mentale per affrontarli. E poi ci sono Twitter e Facebook ove si è sicuramente più immediati.
E riprendo partendo da un argomento che ho trattato poche volte, ossia alcune sensazioni ed alcune riflessioni che seguono lo stappare ed il condividere bottiglie di vino con amici.

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La prima riguarda le bottiglie “prestigiose” e l’uso che spesso i consumatori ne fanno. In molte occasioni mi è capitato di condividere alcuni “grandi vini” o presunti tali. Allo stesso modo mi è stato raccontato di degustazioni in cui il celeberrimo vino X era stato “sconfitto” da altri, magari molto meno costosi. Il maggiore influsso, a mio vedere, che Robert Parker ha avuto sui suoi lettori (intesi come consumatori finali, non produttori) è quello di aver semplificato molto l’approccio al vino, qualcuno dice “democratizzato”, ovvero tutti possono, utilizzando una scala numerica, mettere a confronto bottiglie. Anzi, se ne sentono quasi in dovere. Eppure alcuni vini (non tutti!!) sono diventati famosi e costosi indipendentemente dal punteggio e fanno della regolarità (da decenni) il loro punto di forza, non cercano l’exploit fine a se stesso.

In realtà, il modo giusto per stappare vini “prestigiosi” dovrebbe prevedere, a mio parere, che queste bottiglie siano al centro dell’attenzione, se no si perde un po’ di quell’aurea mistica che tali bottiglie portano dietro. Non si tratta solo di rispetto per i produttori, che deve esserci sempre, che si tratti di un vino prodotto da una cantina sociale o da un famoso Chateau. Si tratta di godere appieno del lato estetico di una bottiglia prestigiosa, quel senso di appagamento e di autorealizzazione di se’ che sta in cima alla Piramide di Maslow. Una semplice degustazione alla cieca di tanti vini spesso fa trascurare questo aspetto, si perde una delle componenti che potrebbe dare maggiore piacere, se vogliamo puramente edonistico.

Sto scrivendo alcune banalità forse. Ne aggiungo altre in ordine sparso, prendendo spunto dagli ultimi vini stappati.

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Fino a che non riuscirà a produrre vini che non solo reggano gli anni ma, anzi, siano pensati per acquisire maggiore complessità nell’evoluzione, il Friuli Venezia Giulia non potrà essere considerata una regione fondamentale nel mappamondo enologico. Tralasciamo la Borgogna, l’Alsazia, il Reno o la Mosella che, tradizionalmente ci hanno regalato vini capaci di invecchiare bene. L’Austria si sta imponendo, negli ultimi 15-20 anni, come il riferimento per i vini indirizzati all’alta ristorazione e ai collezionisti o appassionati. Un target ben preciso conseguente ad un posizionamento ben preciso. Se il FVG fa la gara con il Veneto a chi pianta più barbatelle di glera (fino a pochi anni fa era il pinot grigio, in futuro magari sarà il moscato…), perde di vista l’unico possibile mercato per i propri vini e per la propria affermazione come zona di riferimento. O si acquisisce status e conseguente livello di prezzo, oppure si sarà sempre al traino delle mode e non si trasferirà al consumatore quel senso estetico di cui scrivevo sopra.

Altra banalità: Clos Vougeot è un Grand Cru scandaloso, che andrebbe diviso in almeno 3 o 4 parti, declassandone quella più grande a 1er Cru se non a Village! Inoltre il 1998 è un’annata che non mi ha ancora regalato, nel pinot nero di Borgogna, una bottiglia che fosse veramente piacevole. Tra le annate considerate “minori” mi stappo la 2000 tutta la vita!

Finisco con una non banalità: lo Schioppettino è un grandissimo vitigno sul quale il Friuli dovrebbe investire ulteriormente: pochi ne hanno ancora compreso le potenzialità di invecchiamento, di eleganza e finezza. Se fosse un vitigno francese, sarebbe oggi popolare quanto il pinot nero e faremmo a gara a piantarlo. Ce l’abbiamo in casa, stiamo riuscendo a banalizzare anche questo, spumantizzandolo o appassendolo come una corvina qualsiasi. Ma c’è chi tiene duro da decenni con costanza e lungimiranza spesso inascoltate (Ronchi di Cialla) e chi lo sta mettendo al centro delle strategie di crescita aziendali e di territorio (i produttori dello Schioppettino di Prepotto).

Il mercato del collezionismo vinicolo

Con alcuni amici (produttori di vino, rappresentanti, ristoratori, appassionati) ho il piacere di trovarmi alcune volte l’anno per condividere le migliori bottiglie presenti nelle rispettive cantine. I temi che cerchiamo di sviluppare sono svariati: dal semplice confronto tra varietà, tipologie o zone (per uscire da una prospettiva locale) a discorsi più complessi, quali l’evoluzione, la tenuta nel tempo, il confronto tra stili, le differenti tendenze produttive in un’ottica di mercato…

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Possiamo imparare dagli errori altrui?

In questi caldi giorni di inizio agosto, approfittando della presenza in Friuli di uno dei principali e più rispettati négociant bordolesi, che fa lezione al nostro Executive Master in Wine Business durante la settimana di studio a Bordeaux, ho partecipato all’organizzazione di un piccolo seminario che si è tenuto a Cormons.

Con la collaborazione dei Consorzi DOC Friuli Isonzo e Collio, il nostro prestigioso ospite, professionista che opera quasi esclusivamente nell’esportazione di vini di fascia medio-alta (cru classé), ha tenuto una relazione ad operatori vinicoli friulani e della vicina Slovenia sulla situazione dei mercati internazionali per i vini di pregio, portando l’esempio di come si stia muovendo la zona di Bordeaux.

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Riflessioni estive

In attesa che questa strana annata (metereologica) ci faccia sapere se il vino sarà di ottima qualità o meno (ma già le previsioni si sbizzarriscono, malgrado l’invaiatura non sia neanche incominciata e grandine e peronospora stiano impazzando tra i filari), ne ho approfittato per fare qualche visita e qualche chiacchierata con amici vignaioli, prevalentemente friulani o sloveni, che mi spinge a fare qualche riflessione sul momento che sta vivendo il settore vinicolo, in particolare le piccole aziende.

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