Effetti del lockdown

Abbiamo imparato qualcosa da questi mesi di lockdown? Cosa può insegnare questa esperienza a chi si occupa di marketing del vino?

Vorrei, una volta tanto, essere conciso: per me dalla quarantena ne è uscita vincitrice la distribuzione. Non mi riferisco solo al settore economico, segnatamente GDO, E-commerce e Delivery, a scapito di un Horeca che in parte si è adattato (Delivery, appunto, o Takeaway) ma che si prevede soffrirà per almeno il resto dell’anno. Mi riferisco soprattutto alla leva del marketing, la famosa “P” di Place o Placement.

Mentre, in questi, mesi, l’interesse è stato rivolto soprattutto alla leva della Comunicazione, con il ricorso crescente e, spesso, improvvisato, a webinar, degustazioni on-line, incontri virtuali, dirette Instagram e quant’altro, sono sempre più convinto che la vera chiave di volta per leggere come le aziende vinicole hanno affrontato, e stanno affrontando, la pandemia sia da trovarsi nella capacità di gestire la leva distributiva. Prima, durante e dopo.

Da un lato, sarebbe facile dire che chi vendeva già prima in GDO è stato avvantaggiato, ma è anche vero che una fetta importante del vino nel canale moderno vedeva calare i volumi, mentre la crescita del consumo pro-capite registrata negli ultimi anni era dovuta al fuoricasa. Tuttavia molte aziende che, strategicamente, pur avendo costruito il proprio brand nell’Horeca, avevano inserito o mantenuto una presenza in GD, anche con linee o marchi dedicati, sono state premiate, a differenza di altre che, pur potendo affrontare le difficoltà del retail, lo avevano scartato.

Allo stesso modo le vendite on-line. Se prima erano i rivenditori a bussare le porte delle aziende, spesso inutilmente, negli ultimi mesi la situazione si è invertita. Il canale dell’e-commerce esce dall’emergenza del Coronavirus come il vero vincitore, come ho scritto nell’introduzione al report “Italy Wine Landscapes 2020” pubblicato recentemente da Wine Intelligence. Vincitore nel senso che, finalmente, il consumatore sembra aver perso quella diffidenza verso l’acquisto di vino on-line e, anzi, ne sta apprezzando la capacità di soddisfazione di diversi bisogni tutti assieme: consegna a casa, scelta da un ampio catalogo, assortimento con copertura di diverse nicchie, comunicazione e conoscenza, grazie a siti che forniscono ampie informazioni che sullo scaffale di un supermercato o enoteca non si trovano e che, in un acquisto complesso, sono spesso richieste.

E-commerce + consegna veloce

Ecco che, quindi, ha fatto la differenza la capacità delle aziende di operare direttamente con i grandi siti di vendita on-line e non, come in molti casi accade, attraverso agenti o grossisti che le gestiscono come un’enoteca tradizionale, spesso all’insaputa dell’azienda stessa. Gestione della distribuzione nel canale e-commerce significa soprattutto apprendere a presidiare il prezzo di sell-out e delle scontistiche, controllare la comunicazione del prodotto e del brand stesso, monitorare la presenza e le vendite proprie e della concorrenza.

Alcune aziende, poi, hanno rispolverato il proprio sito di vendita diretta. Scrivo “rispolverato” proprio perché, fino a pochi mesi fa, se c’era era tenuto semi nascosto. “Ce l’abbiamo ma non lo pubblicizziamo per non creare conflitti con la rete vendita”, ti dicevano. In aula insegno ai miei studenti di Wine Business Management a valutare l’e-commerce aziendale e la vendita diretta all’interno della propria strategia aziendale, soprattutto se sono piccole e non in grado di gestire una rete agenti complessa. Ma un conto è aver sviluppato una base clienti attraverso il punto vendita e un wine club organizzato, cui proporre i vini attraverso il portale di vendita on-line, un conto è aprire una vetrina e mettersi a vendere a prezzi spesso vicini a quelli praticati alla ristorazione al fine di fare cassa! Tuttavia, diverse aziende hanno approfittato della pandemia per sviluppare il canale, dotandolo di una sua autonomia e interrelazione con gli altri, in modo positivo e alle volte creativo, come si può leggere anche in un recente articolo di Civiltà del Bere.

In generale, il COVID-19 dovrebbe aver insegnato a tutti che la richiesta del mercato attuale è per avere un servizio che effettui consegne con qualità. Seguendo quanto successo nella ristorazione, sono le aziende vinicole e il loro sito e-commerce, così come le enoteche con un punto vendita fisico o virtuale non così funzionale a doversi adattare. Chi non aveva mai lavorato con consegne dirette si è trovato nell’urgenza di dover portare il prodotto a casa del cliente pena la sostituzione con un concorrente.

Oggi viene premiato chi può offrire un servizio di consegna veloce e puntuale. Con l’auspicata ripartenza dell’Horeca, più che sulla leva prezzo (sebbene con una gestione del credito che consenta pagamenti ancor più dilazionati dell’esistente) mi aspetto attenzione alla leva distributiva, con richieste di consegne ripetute di quantitativi piccoli, mostrando competenza anche in termini di igiene e protezione contro il coronavirus sia per il cliente che per chi consegna. In questo modo, aumenteranno le possibilità di rimanere sul mercato in questo momento di crisi, perché il cliente soddisfatto tenderà a continuare a fare affari con questa azienda, ne parlerà bene e ne consiglierà i servizi ad altre persone.

Quindi, anche la gestione della logistica che si preoccupa di arriva con professionalità alla consegna finale, con la scelta del partner giusto, diventa una scelta di marketing non solo tattica, che rientra all’interno della leva distributiva.

Fare marketing del vino in epoca di Coronavirus

In attesa di sapere quando e con quali modalità si potranno riprendere le tradizionali attività lavorative, avendo compreso che, ad es., il 2020 sarà da considerarsi un anno sabbatico per eventi e fiere vinicole, l’emergenza Coronavirus sta mettendo alla prova chi si occupa di marketing e vendite del vino.

Con l’Horeca al palo da fine febbraio, riusciranno gli altri canali a mantenere un livello di vendite e redditività per le aziende?

Il vino in GDO in crescita di circa il 9-10%, ma ovviamente per chi era già referenziato e non per tutte le tipologie (vedi il rallentamento delle vendite degli spumanti).

L’e-commerce vola a doppia cifra per i rivenditori multimarca, tipo Tannico o Vino75, che già crescevano, a dire il vero, nell’ultimo triennio. Da alcune cifre che ho letto, a fine anno potrà valere circa il 2% delle vendite complessive, ma non potrà certo supplire alle mancate vendite della ristorazione e delle enoteche.

La novità è data da una pletora di aziende che prima aborrivano la vendita on-line e che oggi si improvvisano, con una gestione dei listini piuttosto fantasiosa e che fa già pensare ai conflitti di canale e di posizionamento di prezzo in generale (diversi ristoratori mi hanno segnalato che ci sono aziende che vendono sul proprio sito allo stesso prezzo del listino Horeca!). Cosa faranno del loro e-commerce una volta che riapriranno bar e ristoranti?

Attenzione, io sono fautore della vendita diretta, in varie forme, per diversi segmenti dell’offerta vinicola (soprattutto per i piccoli che non possono permettersi reti commerciali strutturate). Ma deve essere pianificata e gestita in armonia con identità e posizionamento aziendale.

Vendita diretta che coinvolge anche la porta della cantina, ossia il wine shop, dove oggi non si recano gli enoturisti (soprattutto stranieri) che stavano fornendo flussi di cassa sempre più interessanti, magari soggiornando in una delle tante strutture ricettive che hanno via via contraddistinto il business model di diverse cantine, un po’ in tutte le regioni italiane. Enoturisti che, se va bene, riprenderanno a girare tra qualche mese.

Quindi, in un momento di transizione quale quello che stiamo vivendo, anche il marketing del vino deve sapere trovare nuove strade o adattarsi alla situazione in modo non passivo.

Per fornire qualche utile spunto di riflessione alle aziende, come Wine Intelligence stiamo pubblicando diversi articoli (li potete trovare anche alla nostra pagina LinkedIn), tra cui uno che contiene 5 chiari suggerimenti per chi gestisce il wine marketing aziendale, che possono essere letti in un articolo riepilogativo di WineNews. Ne sottolineo due: investire in comunicazione e non svendere il prodotto, sebbene la prossima vendemmia sia da qua a quattro mesi.

A livello di settore meglio spingere con le diverse Associazioni di categoria verso una politica comune che porti a limare le eccedenze e a diminuire il prossimo raccolto, nelle forme e nelle modalità ritenute più consone dalla filiera, compatibilmente con i vincoli comunitari e legislativi (distillazione per produrre alcool sanitario, vendemmia verde, riduzione delle rese dei vini a DOP/IGP etc.). Ma a livello aziendale o di territorio, vanno evitati quei passi falsi che mettono in crisi promozione e anni di lenta elevazione del posizionamento e della percezione del prodotto.

Cosa resterà del Coronavirus?

A casa, come prescritto dal Governo. Lezioni sospese, viaggi, fiere, eventi e appuntamenti rimandati a data da destinarsi. Bisogna adattarsi. L’occasione giusta per rimettere mano al blog e scrivere qualcosa.


Prendo spunto da un’iniziativa che abbiamo intrapreso all’interno di Wine Intelligence, potendo contare su colleghi che vivono e operano come Country Manager in diversi Paesi (dall’Australia al Brasile, dagli USA alla Spagna, dal Sudafrica a me in Italia), nonché su un network di esperti del settore vinicolo internazionale. Ossia si è portato avanti un primo scambio di opinioni sugli effetti che il Coronavirus, o COVID-19, sta sortendo sulla vita e l’economia delle nostre rispettive Nazioni, cercando di prevedere quali potrebbero essere gli effetti sul settore vinicolo. Si può leggere l’articolo in italiano sul sito di WineNews.

Rispetto a quanto già scritto, cercherò ora di fare un’analisi un po’ più articolata di quali potrebbero essere gli scenari per il vino italiano nei prossimi mesi. Senza essere Cassandre, alla luce delle informazioni oggi disponibili e di un po’ di esperienza. Giusto per vedere tra qualche mese quanto distante sono andato…

Ho pensato di strutturare il mio ragionamento attraverso una serie di domande e risposte, più o meno dettagliate e soggettive. Mi faccio la domanda e mi do la risposta, tipo Marzullo insomma 🙂

a) Come questa situazione sta cambiando i consumi di vino?

La necessaria chiusura di bar e ristoranti sta spingendo, nel breve periodo, ad un aumento degli acquisti per asporto e per un succesivo consumo tra le mura domestiche. Con il ritorno ai pasti a casa, sembra in ripresa una vecchia consuetudine delle nostre famiglie, ovvero il consumo di vino quotidiano a tavola in occasioni non formali o di socialità (feste, party, cene tra amici…). Conosco diverse persone che prima non bevevano a casa e che, in questi giorni, stanno indulgendo in un calice di vino quasi consolatorio. I dati Nielsen dell’ultimo mese parlano chiaro: l’impennata negli acquisti nella GDO tra fine febbraio e inizio marzo è stata seguita, nella settimana seguente, da percentuali minori ma sempre alte, che hanno trainato anche il comparto degli alcolici (vino +9% e birra +10,4%). Chissà che questa abitudine non rimanga presente e consenta di avvicinare al vino anche le generazioni più giovani, ora attratte maggiormente da birra, cocktail e altre opzioni.

b) Ma ci guadagna solo la GDO e il vino di basso prezzo?

Non è detto. Certamente, all’interno della Grande Distribuzione c’è chi piange e c’è ci ride: il settore del b2b (cash&carry, per intenderci) sta soffrendo vista la contemporanea chiusura di bar e ristoranti che ne sono i principali clienti. Effetto che si dovrebbe trasferire anche sul mondo dei grossisti.

In generale, le statistiche sui volumi di vendita non mi appassionano. Preferisco attendere dati più puntuali, ad es. sul valore e sul mix degli acquisti. Per i produttori di vino cambierà molto sapere se quel 10% di crescita nelle vendite (vedremo poi quanto durerà) è stato realizzato da maggiori volumi di vino di basso prezzo o in promozione (mantenendo il budget prima allocato per bottiglie di prezzo maggiore), oppure per acquistare bottiglie di fascia superiore, mantenendo quei due trend che Wine Intelligence ha individuato da tempo: moderazione e premiumizzazione (riassumibili nell’abusato “bevo meno ma meglio e a prezzi più alti”).

c) Quindi questa situazione favorisce solo le cantine che vendono nella GDO?

In parte si, almeno nella contingenza del breve periodo. Diciamo che, da questo punto, vedo più avvantaggiate le cantine multicanale, che possono supplire con la liquidità proveniente dal canale Retail le minori vendite nell’Horeca. Queste minori vendite sono derivanti da una infelice combinazione temporale, che fa concidere questo periodo con quello dell’uscita in commercio delle nuove annate di molti vini (a iniziare da quelli bianchi e rosati per un consumo fresco ed estivo), che dovrebbero pian piano sostituire i riassortimenti seguenti le Festività invernali.

Ripeto, sarà necessario attendere i dati sulla composizione delle vendite di vino, quali fasce di prezzo, quali driver di acquisto, prima di trarre conclusioni. Integrando i dati con le vendite on-line sia dei portali dell’e-commerce vinicolo che delle vendite dirette delle cantine.

d) Quali ricadute sulle cantine che non operano con la GDO?

La mancata rotazione nelle carte dei vini nella ristorazione e nelle enoteche, con lo stop forzato alla loro attività, sortirà i suoi effetti con la riapertura degli stessi, a iniziare da quelli che avevano da poco acquistato vino e che, inevitabilmente, ritarderanno molto il riassortimento, con flussi di cassa dilazionati nel tempo.

Ho soprattutto timore per quelle cantine (soprattutto piccole) che hanno caratterizzato fortemente il proprio modello di business sulle vendite a privati e turisti e a ristoranti da servire direttamente o tramite pochi agenti. O hanno le spalle coperte per qualche mese, diciamo fino alla ripresa consolidata dei flussi turistici, oppure devono inventarsi qualcosa. Ad es. sviluppare un sistema di consegne dirette, attraverso un vero e-commerce o anche solo tramite spedizioni a seguito di ordine e pagamento anticipato.

e) Quali conseguenze sull’export?

Una gran parte delle azioni promozionali e degli affiancamenti commerciali si svolge tra autunno e inverno, per concludersi con il periodo fieristico (Prowein e Vinitaly in particolare).

Per coloro che hanno siglato accordi e già spedito la merce, nel breve-medio periodo non cambierà nulla, mentre per il vino da spedire, per quello ancora da imbottigliare o certificare, invece, temo vi sarà un rallentamento e una dilatazione dei tempi, come mi hanno confermato alcuni operatori con cui mi sono confrontato.

Non dimentichiamo che il 2019 si era concluso con notevoli incertezze dovute alla Brexit e ai dazi che l’Amministrazione Trump aveva minacciato di applicare e, per ora, solo rimandato, consegnandoci un 2020 già in partenza anomalo. Ove possibile, infatti, e soprattutto per certe tipologie di prodotti popolari (in primis gli spumanti in UK) o ad alto valore aggiunto (a iniziare dai rossi piemontesi e toscani negli USA), gli importatori avevano anticipato le spedizioni delle ultime annate in commercio, così da sdoganare la merce prima dell’annunciata imposizione fiscale.

Bisogna attendere di verificare quale sarà la situazione nei prossimi mesi nei mercati di destinazione, per comprendere se al sell-in seguirà il sell-out e, quindi, la rotazione dei magazzini.

f) Può essere che questa emergenza (minaccia) possa trasformarsi in un’accelerata verso l’affermazione delle vendite on-line di vino (opportunità)?

Credo proprio di si. Ricordo di aver acquistato le mie prime bottiglie di vino on-line a fine anni ’90 su qualche sito allora pioneristico, proprio mentre mi occupavo dello sviluppo di un e-commerce b2b per un’azienda tecnologica. Da allora c’è stata una crescita graduale, più lenta di quanto prevedessi, ma che tuttavia è affermata al punto che il canale sembra vito dagli acquirenti di vino come solido e affidabile, a giudicare dai dati sulle vendite proprio in questo periodo così particolare. Credo che questo consolidamento sarà uno degli effetti più importanti sul settore della distribuzione vinicola che ci lascerà l’emergenza Coronavirus una volta superata.

g) Ci saranno effetti sull’enoturismo?

Ci sono già (ovviamente negativi) ma credo che, se tutti facciamo i bravi e diamo il nostro contributo nella riduzione della diffusione del contagio, a emergenza superata il settore del turismo ripartirà. Con le ossa rotte, è evidente, ma a mio avviso l’enoturismo potrà dare un contributo alla ripresa.

Innanzitutto l’Italia potrebbe uscirne prima di altri Paesi, dove il Coronavirus si sta diffondendo solo ora, con un mese di ritardo, quindi immagino che i nostri prossimi flussi turistici saranno indirizzati soprattutto sul territorio nazionale (e non c’entrano le campagne social tipo #iostoinitalia o simili). Questo per vari fattori:

  • la chiusura di scuole, uffici, aziende ha comportato la messa in ferie di tante persone che, quindi, in estate non potranno concedersi la tradizionale villeggiatura o viaggi lunghi
  • meno giorni di ferie significa concentrare le vacanze in weekend lunghi a distanza limitata, con la possibilità di variare anche la destinazione
  • per maturare ferie si dovrà lavorare anche a luglio e agosto, al fine di concedersi poi periodi più brevi di vacanza fuori dalla stagione estiva

h) Il Coronavirus, infine, cambierà le nostre abitudini nell’ambito del consumo di vino e alcolici?

Solo nel breve periodo. Il trend degli ultimi anni che vedeva riprendersi in consumi nell’on-trade, soprattutto in alcune occasioni di consumo sociali, dovrebbe tenere, ovviamente se all’arrivo della bella stagione questa emergenza sarà superata. Dopo uno o due mesi di quarantena è pensabile che gli italiani riprenderanno le loro abitudini, secondo me anche con un piccolo rimbalzo (crescita) nei giorni seguenti all’annullamento delle misure di contenimento dei contagi.

Bene, ora non resta che stappare una bella bottiglia di vino e vedere cosa succede.

Conoscete gli hard seltzer?

Gli Hard Seltzer sono una tipologia di bevanda alcolica contenente acqua gassata, alcool e spesso aromi di frutta. Prodotti con un processo di fermentazione a freddo e naturale in modo simile alla birra tradizionale, i gli Hard Seltzer sono in genere fermentati con zucchero anziché con malto d’orzo. Ne risulta una bevanda alcolica a basso contenuto di zuccheri e carboidrati con una gradazione alcolica gestibile (in media circa il 5%) che la rende la bevanda ideale e versatile per diversi momenti, da un giorno in spiaggia a una serata in città.

Negli USA il leader di mercato è indubbiamente White Claw, marchio che ha trasceso la sua concorrenza diventando sinonimo di Hard Seltzer (un po’ come lo Skotch per gli adesivi o il Martini per il Vermuth). White Claw (di proprietà di Mark Anthony Brands) oggi pesa circa il 50% di un mercato in forte crescita (oltre 550 milioni di US$ con una previsione di superare i 2 miliardi nel 2021), proponendo seltzer in sei gusti: amarena, pompelmo, lime , lampone , mango e “puro”.

Alcuni esempi di Hard Seltzer

Cosa c’entra col vino?


Gli Hard Seltzer, per il loro minore contenuto di zuccheri e calorie, vengono spesso promozionati negli USA come l’alternativa “più sana” alla birra. Tuttavia da pochi mesi è entrato in commercio Four Loko, un nuovo brand all’interno del già affollato mercato degli seltzer. La lattina lo pubblicizza come il “seltzer più duro dell’universo”, cosa che potrebbe benissimo essere: la bevanda contiene il 14% di alcol in volume, quasi tre volte di più rispetto ai principali seltzer alcolici come White Claw.

Quindi, oltre alla birra, gli Hard Selzer potrebbero iniziare a fare concorrenza al vino? In realtà già lo fanno, almeno indirettamente. Non solo perché Constellation Brands, il più grande gruppo vinicolo mondiale, ha appena rilasciato un suo prodotto sotto il marchio della birra Corona.

Secondo una recente analisi di Wine Intelligence, il 55% dei bevitori di vino regolari degli Stati Uniti, in alcune occasioni passano dal vino alla birra o alla fiorente categoria degli Hard Seltzer, mentre il 46% si rivolge alla vodka e il 45% consuma whisk(e)y invece del vino.

Queste bevande alternative che stanno sostituendo il vino, sembrano almeno in superficie essere molto diverse tra loro e sicuramente non possono essere considerate dei sostituti omogenei. In che modo l’Hard Seltzer può essere considerato dai consumatori un’alternativa al vino?

La novità sta nella nozione di pluralità. In linea con i cambiamenti sociali, i consumatori non si definiscono più “una persona whisky” ma si considerano “un po’ tutto”. Sempre di più, infatti, i consumatori nei mercati maturi hanno la probabilità di iniziare la serata con un bicchiere di spumante, passare a un cocktail prima di cena e poi magari godersi un bicchiere di vino, piuttosto che attenersi a una sola scelta in ogni occasione.

Pertanto, stiamo assistendo a un carosello sempre più diversificato di portafogli di bevande consumate occasionalmente, che in alcuni casi assomigliano un po’ al vino, in altri alla birra o agli spirits, come gli stessi Hard eltzer così popolari tra i consumatori più giovani. In pratica, stiamo assistendo alla crescita della tendenza a bere un po’ di questo e un po’ di quello, a seconda di dove, quando e con chi sei.

C’è effervescenza tra chi produce bollicine

La produzione di vini frizzanti e spumanti sta crescendo sia in termini quantitativi che qualitativi in ​​diversi paesi, anche in aree non storicamente conosciute per questa tipologia. Oggi sempre più cantine decidono di completare la propria gamma con uno o più vini mossi e l’interesse per le bollicine sta crescendo molto ma è necessario lavorare con obiettivi specifici per creare un progetto enologico sostenibile e appetibile, mirato a gruppi di consumatori adatti e attraenti.

Avendo partecipato per Wine Intelligence come relatore a due seminari b2b, uno in Sicilia alla fine di maggio e l’altro in Germania all’inizio di giugno, ho già cercato di proporre qualche riflessione sulla Sicilia sul blog aziendale.
La Sicilia, infatti, sta vivendo un nuovo rinascimento del vino, inclusa la promozione e la produzione di qualità. Con l’istituzione della denominazione regionale “DOC Sicilia” e del Consorzio che la gestisce, in pochi anni la produzione certificata ha raggiunto i 100 milioni di bottiglie, risultando oggi la seconda più grande Denominazione italiana dopo il colosso Prosecco. Logico che si cerchi di trasferire tale sviluppo anche nel segmento dei vini spumanti, per quanto possano sembrare distanto almeno climaticamente. Ma in questo caso la tecnologia può venire in supporto, come discusso a Marsala durante “Sicilia Sparkling

Se la Sicilia riuscirà a cogliere questa opportunità a breve termine, godrà di un doppio vantaggio sul mercato. Infatti, la tendenza della produzione di vino di qualità, con le diverse varietà autoctone e terroir, consente già alla Sicilia di posizionarsi come leader in Italia. La produzione di spumanti può quindi essere una delle opportunità per cavalcare queste tendenze legate all’origine. 

E su questo aspetto, pochi giorni dopo, ho anche focalizzato il mio intervento sulle “Tendenze globali degli spumanti” nel forum per Export Manager organizzato dal Deutsches Wein Institut a Oppenheim, non lontano da Francoforte, tra i vigneti della Rheingau. Il Sekt è un prodotto quasi esclusivamente domestico, in un mercato che è ancora il primo al mondo in termini di volume per il consumo di spumanti e spumanti. Tuttavia, molti produttori stanno pianificando un percorso di internazionalizzazione, ma con quale combinazione di prodotto / mercato? 

Come Wine Intelligence, nelle nostre analisi sulla Cina, abbiamo più volte sottolineato come il consumatore di vini importati, soprattutto giovani e donne, si stia aprendo ai vini spumanti (a differenza delle vecchie generazioni), soprattutto se questo pétillant è accompagnato da una leggera dolcezza e acidità non spinta. Possiamo ipotizzare che le bolle tedesche basate sul Riesling, come quelle siciliane a base Grillo, potrebbero forse trovare un terreno fertile su cui scrivere sul loro futuro proprio nei consumatori di vini spumanti meno tradizionali?

E che dire delle altre bollicine italiane che, schiacciate dal Prosecco (di cui però potrebbero sfruttare l’effetto traino), faticano a trovare quote di mercato all’estero o, pensiamo all’Asti, sono addirittura in contotendenza? Forse servirebbe partire da una strategia?

Oggi si brinda… con il té

Sono un appassionato di té nero. In realtà sono un maniaco dell’English Tea fin da piccolo, quando mia zia Irma che viveva a Manchester mi mandava bustine e foglie per il mio regolare consumo a colazione e a merenda, rigorosamente con un cucchiaino di latte. Uso il kettle per scaldare l’acqua sul fornello (che orrore il bollitore elettrico!), la teiera giusta, etc.

Ogni volta che vado a Londra in vacanza o per qualche riunione a Wine Intelligence ne faccio scorta (se non l’ho già comprato on-line) e, spesso, non mi faccio mancare una tazza di tè in un locale, ad es. da Fortnum&Mason a Piccadilly (mio pusher preferito).

Cosa c’entra con il vino?

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Ho assaggiato il vino in lattina e non mi è dispiaciuto.

ProWein 2018 a Düsseldorf. Uno dei momenti liberi durante le tre giornate che ho passato tra lo stand di Wine Intelligence e appuntamenti vari. Facendo base nel padiglione del Nuovo Mondo, quale miglior occasione per poter assaggiare i vini dell’Oregon? La regione che, a mio avviso, è la più interessante fuori Europa per la produzione di Pinot Nero (in particolare nella Willamette Valley) e che oggi vede crescere anche vitigni bianchi quali Pinot Gris, Grüner Veltliner e lo stesso Chardonnay, con profili ben centrati nel trasmettere la provenienza da zona fredda.

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Bisogna imparare dalla birra?

Che la birra abbia imparato molto dal vino è indubbio. Dietro al successo di molti micro-birrifici o alla birra artigianale in genere c’è di sicuro un trend che vede coinvolti i consumatori, soprattutto giovani, verso prodotti considerati non industriali o scontati, con alle spalle spesso una storia legata a qualcuno che si è messo in gioco, magari ha lasciato altri impieghi per dedicarsi alla produzione di vino o birra, magari con materie prime biologiche o naturali in genere.

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Vendite opache: si fa ma non si dice

La vendita online dei servizi di viaggio, ad esempio posti letto e biglietti aerei, ha radicalmente cambiato il modo con cui le aziende di servizi raggiungono i clienti. Le iniziali ritrosie rispetto alle vendite online sono state subito superate in quanto le imprese hanno potuto sviluppare nuovi canali per arrivare ai clienti, consentendo maggiori opportunità di segmentazione. Continua a leggere “Vendite opache: si fa ma non si dice”

C’è relazione tra innovazione e internazionalizzazione?

Tra i fattori che caratterizzano le imprese di successo, comprese quelle vitivinicole, i principali stanno diventando l’innovazione e l’internazionalizzazione. Lo stesso rapporto annuale Mediobanca segnala puntualmente come le imprese che crescono e raggiungono le migliori performance economiche sono caratterizzate da un crescente processo di internazionalizzazione (spesso grazie ad un saggio utilizzo dei fondi “OCM Vino” della UE). In molti casi si tratta di aziende che sviluppano un processo di innovazione (di prodotto, di processo, di cultura manageriale…) sull’onda dell’entrata in nuovi mercati.

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