No alcohol, no party?

Leggo sulla rivista The Drinks Business che Bacardi ha lanciato un nuovo spumante, a base di mosto d’uva, senz’alcool, con l’obiettivo di conquistare una nicchia di mercato oggi fedele al Prosecco o, comunque, portata alle bollicine dal Prosecco stesso.


Mi immagino i commenti di molti appassionati o operatori, che già denigrano il Prosecco stesso, per questa bevanda “che non si può chiamare vino”, “chissà che porchéria industriale”, etc.

Io non sarò un consumatore di prodotti come questi, ma segnalo che chi produce, vende o promuove il vino “tradizionale” non può ignorare che ci sia una potenziale richiesta di mercato, come rilevato anche nell’ultima edizione della ricerca di Wine Intelligence sui vini alternativi, biologici e sostenibili.

La barriera chiave per il vino senza o a bassa gradazione alcolica è la percezione di un livello di qualità e di gusto scadenti. Tuttavia Wine Intelligence ha identificato come l’Australia e la Nuova Zelanda siano i mercati con le maggiori opportunità per vini a basso contenuto di alcol, mentre i mercati nordici di Finlandia e Svezia per i vini senz’alcool, con qualche opportunità per entrambi in Irlanda. Se è basso l’appeal in Giappone e negli Stati Uniti, si presentano potenzialmente più opportunità per il vino a basso contenuto di alcol nei mercati vinicoli emergenti di Cina e Brasile rispetto ai mercati più affermati.

Piacciano o non piacciano, con il 90% del vino nel mondo che viene venduto a meno di 10€ a bottiglia e consumato quasi sempre entro 48 ore dall’acquisto, prodotti come vini senza o a basso contenuto di alcool, così come altre bevande che vedono il succo d’uva mescolato alla cannabis o alla frutta, fino a vini vegani, conquisteranno nicchie di mercato. Se, da un lato, si rivolgeranno a persone che non consumano regolarmente vino per motivazioni alimentari, religiose o, anche, per motivi legali (vedi il guidatore di camion o autobus il cui tasso alcolemico dovrebbe essere pari a zero), dall’altro sposteranno i consumi di bevitori tradizionali.

Togli l’1% di qua, il 2% di la’, in un mercato che spesso non cresce o dove la competizione si fa più serrata, non è possibile, almeno per chi si occupa di marketing, fare finta di niente o, peggio, parlarne con un po’ di spocchia perché “il vino è un’altra cosa”.

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