English Prosecco??

Nei giorni scorsi ho partecipato a una riunione interna che Wine Intelligence ha tenuto in una delle principali aziende vinicole inglesi, Ridgeview, nell’East Sussex (a un’ora di treno da Londra, verso Brighton).

L’industria vinicola inglese negli ultimi 20 anni sta (ri)prendendo vigore, grazie agli investimenti di alcuni pionieri e, indubbiamente, ad un cambiamento delle condizioni climatiche che sta portando a maturazione le uve ad una latitudine più settentrionale rispetto ai secoli precedenti (non dimentichiamo, però, che la vite era stata introdotta in Gran Bretagna dai romani due millenni fa).

ridgeview3Oggi, secondo la English Wine Producers Association, in Inghilterra si contano 500 vigneti per oltre 2000 ettari vitati, prevalentemente dediti alla produzione di bollicine a metodo classico, vista la vicinanza dei suoi a quelli calcarei della Champagne.

Ebbene, se le aziende, a incominciare da quella che ho visitato, si pongono proprio lo Champagne come benchmark nella loro produzione, mi hanno colpito un paio di aspetti che dovrebbero far riflettere chi osserva il mercato.

ridgeview4Da un lato è stato quasi buffo sentire il taxista che ci ha accompagnati nel tragitto tra la stazione di Burgess Hill e l’azienda Ridgeview (i cui vini non solo hanno ricevuto diversi premi, ma sono stati serviti, tra l’altro, al Queen Jubilee nel 2012) affermare con il dovuto orgoglio che si trattava della migliore azienda di “English Prosecco”.

Dall’altro leggere che, nell’ambito della discussione all’interno dei produttori stessi (oggi sono associate una trentina di cantine), si è deciso di promuovere la bollicina come “English Sparkling” invece di dare un nome legato al territorio o, perlomeno, ad un brand univoco che le distinguesse all’interno del variopinto mondo degli sparkling wines.

ridgeview1Per molte di esse il mercato non è solo quello londinese (Ridgeview esporta le sue 300.000 bottiglie in una quindicina di Paesi, dagli USA al Giappone), quindi mi chiedo se, con tutti i dimostrati limiti ma anche le indubbie possibilità che il marketing del “Region of Origin” abbia, non sarebbe stato meglio investire non solo sulla novità delle bollicine britanniche ma su un più stretto legame con la zona di origine. Benissimo il pragmatismo anglosassone, ma qualcosa dalla Vecchia Europa, anche in tempo di Brexit, si poteva imparare, no?

ridgeview2

P.S.: i vini sono anche buoni, in particolare il Blanc de Blancs 2013 (100% Chardonnay), dall’acidità spiccata e dalle note saline e agrumate.

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