DOP e IGP

6 03 2009

In questo periodo che precede il passaggio di DOC/DOCG a DOP e IGT a IGP, si riflette molto su cosa succederà dopo il 1 agosto, data di entrata in vigore della nuova regolamentazione.

Soprattutto ci si chiede se la c.d. “piramide della qualità” che vedeva nel vertice la DOCG e nella base i vini da tavola sarà in qualche modo mantenuta o se, invece, l’intero assetto del vino italiano verrà rivoluzionato.

Cerchiamo un attimo di capire quali possono essere i cambiamenti futuri.

Le DOP e IGP sono state create per tutelare l’origine dei prodotti agroalimentari. Io non sono un esperto di legislazione agroalimentare, però noto alcune contraddizioni nel sistema che potrebbero esplodere nel momento in cui anche il vino adotterà questo sistema di tutela.

Intendiamoci, il sistema delle DOP/IGP ha grandi vantaggi, ad iniziare dall’obbligatorietà di condivisione delle spese per le attività di promozione del marchio e porterà all’obbligatorietà di associazione ai Consorzi, superando il vecchio concetto di “adesione volontaria” che da anni si cerca di cancellare. In pratica, chi vorrà usare il marchio di una DOP/IGP in etichetta dovrà essere socio, se no dovrà fare vino da tavola (o come si chiamerà).

Il marchio DOP designa un prodotto originario di una regione e di un paese le cui qualità e caratteristiche siano essenzialmente, o esclusivamente, dovute all’ambiente geografico (compresi fattori naturali e umani). Tutta la produzione, la trasformazione e l’elaborazione del prodotto devono avvenire nell’area delimitata (come ora le DOC).
La sigla IGP (Indicazione Geografica Protetta) ha introdotto un livello di tutela qualitativa che tiene conto dello sviluppo industriale del settore, dando più peso alle tecniche di produzione rispetto al vincolo territoriale. La sigla identifica un prodotto originario di una regione e di un paese le cui qualità, reputazione e caratteristiche si possono ricondurre all’origine geografica, e di cui almeno una fase della produzione, trasformazione ed elaborazione avvenga nell’area delimitata (e già qua c’è una differenza con la IGT, che prevede la produzione in un’area geografica, mentre svincola le fasi successive).

Secondo gli obiettivi dell’UE, entrambi questi riconoscimenti comunitari costituirebbero una valida garanzia per il consumatore, che acquista un alimento di qualità, risponderente a determinati requisiti e prodotto nel rispetto di un preciso disciplinare. DOP e IGP costituirebbero anche una tutela per gli stessi produttori, nei confronti di imitatori e concorrenza sleale.

Ma il consumatore percepisce la differenza tra DOP e IGP? Queste due sigle vengono identificate in senso verticale, che li pone in un ordine superiore rispetto ad un prodotto non certificato? Se lo standing superiore rispetto ad un prodotto senza “bollino” può essere dato per acquisito, il vero problema, a mio avviso, sarà proprio per differenziare DOP da IGP, ricreando una scala di valore simile alla c.d. piramide della qualità oggi consolidata (almeno formalmente).

Mi chiedo, ad es., se il consumatore distingue tra Prosciutto di Parma DOP e  Lardo di Colonnata IGP, tra Culatello di Zibello DOP e Bresaola della Valtellina IGP, tra Prosciutto di S.Daniele DOP e Speck dell’Alto Adige IGP…

E soprattutto se è così palese che il DOP rappresenta un prodotto “superiore” (almeno per legame territoriale) all’IGP. L’esempio del Lardo ci Colonnata (vera icona della produzione tipica che caratterizza un territorio piccolo, almeno nella mente del consumatore) è palese!

E per il vino? Non è che le future DOC (e magari FederDOP o come si chiamerà se cambierà il nome) dovranno investire i soldi della promozione per differenziarsi dalle IGP, che saranno utilizzate spesso dagli stessi produttori?

Se poi le IGP saranno controllate come le DOP e prevederanno, come sembra, un imbottigliamento in zona (o in una zona limitrofa), non perderanno di senso e ci troveremo con una polarizzazione tra sole DOP e Vino da Tavola (che avrà vitigno e annata in etichetta, almeno per alcune varietà)?


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6 responses

6 03 2009
gianpaolo

Tu dici che uno dei punti forti del nuovo assetto e’ il fatto che sara’ obbligatorio essere soci di un consorzio e partecipare alle spese di promozione. In questo modo finira’ questa situzione anomala, dell’adesione volontaria ai consorzi.
In linea teorica il discorso non fa una grinza, ma che succede nel caso in cui i consorzi sono mal gestiti, come avviene in molti casi? Oppure dove i soldi, invece di essere impiegati in promozione, vengono impiegati male?
E se i consorzi diventano obbligatori, non dovrebbero essere radicalmente riviste le leggi e i regolamenti che sono nati invece quando i consorzi erano volontari?
Io ho vissuto una situazione molto negativa col consorzio del Morellino, a causa della quale sono uscito da socio circa 3 anni fa. Il consorzio fece un enorme investimento per costruirsi una sede sociale, si parla veramente di moti soldi che secondo me andavano invece investiti in promozione. Il vicepresidente del consorzio all’epoca in ripetute occasioni si era detto contrario a spendere soldi in promozione, perche’ “non e’ una cosa che spetta ai consorzi”. Per finire, al rinnovo delle cariche sociali, grazie al particolare e per me distorto meccanismo di voto, la nostra “cordata” che rappresentava il 20% dei voti non arrivo’ ad eleggere neanche un consigliere.
Non voglio andare maggiormente in dettaglio, ma voglio solo rappresentare il fatto che se i consorzi diventano in qualche modo istituzioni, ed in parte con l’erga omnes gia’ lo sono, alloro devono adeguarsi per diventare case di vetro. E oggi in moltissimi casi (vedi anche vicende Brunello) non lo sono in tanti. Di gia’ scommetto che il tuo consorzio e’ diverso, ma quanti ce ne sono cosi’?
Questo e’ un punto fondamentale, peccato che sia difficile da capire per chi non e’ uno del settore, se va bene.

7 03 2009
Pierpaolo Penco

Con il passaggio a DOP i Consorzi DEVONO cambiare. Molti non l’hanno ancora capito, ma mi sembra inevitabile.

Da un lato i controlli di fliera (“erga omnes”) verranno svolti da società terze e non più direttamente dai Consorzi che, quindi, non verranno più percepiti dalle aziende come i “cattivoni” che fanno le pulci né, al contrario, dall’esterno come degli inciucioni.

Ai Consorzi resteranno sostanzialmente 2 compiti: l’assistenza tecnica (speriamo sempre più coordinata con Enti di ricerca o sperimentazione, Università ed altri Consorzi, vedi il caso della lotta guidata) e la promozione. Questa, in particolare, nelle DOP vede come prevalente anche la gestione del marchio.
Chi è socio dovrà, in qualche modo, essere rappresentato. Il MIPAAF ha già fatto sapere, in maniera ancora informale, che una revisione della legge 164 sarà necessaria, in quanto la nuova normativa su DOP la modifica sostanzialmente e serve un adeguamento.

I dubbi maggiori, al momento, li ho sulle IGP, non si sa ancora nulla su come saranno gestite e da chi. Duplichiamo strutture?

8 03 2009
gianpaolo

Perfetto, quello che riporti su e’ perfetto. In particolare che i controllo debbano essere svolti da enti terzi, e che ci voglia una alleanza strategica con universita’ ed enti di ricerca che sono tanti in Italia, ma spesso assenti nella realta’ della produzione, e spesso non per colpa loro (ma a volte c’e’ da pensare di si’).
Speriamo, speriamo, ma a tanti non fara’ piacere cedere una quota di potere, seppure con la p minuscola. Staremo a vedere.

12 03 2009
Maurizio

Gianpaolo chiede “che succede nel caso in cui i consorzi sono mal gestiti, come avviene in molti casi? Oppure dove i soldi, invece di essere impiegati in promozione, vengono impiegati male?” . Ha ragione, ma si potrebbe dire la stessa cosa del governo, quando governa male: succede che ce lo teniamo, visto che la maggioranza l’ha votato. Le battaglie vanno fatte all’interno delle istituzioni rappresentative, non ci sono alternative. In passato abbiamo visto tentativi di moltiplicare tali istituzioni: il consorzio non mi piace, il presidente mi è antipatico, mi faccio un altro consorzio (vedi Gavi in Piemonte). Una follia che non porta da nessuna parte. Il problema della rappresentatività all’interno dei consorzi esiste, a mio avviso i cosiddetti “vignaioli indipendenti” sono, all’interno di molti consorzi, penalizzati rispetto agli imbottigliatori e le cooperative, soprattutto se consideriamo l’enorme contributo che le loro aziende danno all’immagine e al valore del prodotto, se pure magari con volumi più limitati di altre categorie. Questo è un tema che la neonata associazione che li rappresenta (FIVI) dovrebbe porre con grande forza.

13 12 2009
luca

Maurizio non credi che a lungo andare anche la FIVI diventerà un roccaforte del potere?

4 09 2013
Pur con tutti i difetti, è sempre DOC | Wine Business

[…] certo, come ho già scritto più volte qui, qui o qui, non basta avere una DOC per avere un marchio ed avere successo. Ma, appunto, se non […]

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