To bag or not to bag?

In questo periodo, prima dell’entrata in vigore della nuova OCM Vino che impone il passaggio, dal 1 agosto, da DOC e DOCG a DOP, c’è attività febbrile nei Consorzi. Chi pensa, infatti, di apportare alcune modifiche al Disciplinare deve intervenire in tempi brevissimi. Dal 1 aprile in poi, come comunicato dal MIPAAF, qualsiasi modifica ai Disciplinari vigenti o richiesta di nuove Denominazioni d’Origine dovrà essere avallata non solo da Roma ma anche da Bruxelles, come avviene per le DOP, con un notevole rallentamento dei tempi.

Sarà interessante, alla fine della fiera, verificare quali e quante modifiche saranno state proposte e approvate. Una delle più controverse è la nuova possibilità, per un certo numero di Denominazioni, di introdurre, come confezionamento autorizzato, il famigerato bag-in-box.

Cercando di leggere in modo oggettivo questa possibilità, dal punto di visto del marketing dovremmo dire che, se c’è una domanda (come in effetti c’è) e questa su molti mercati non è necessariamente squalificante per il posizionamento di un vino generico (come confermato da molti operatori), perchè molte Denominazioni non dovrebbero approfittarne?

La circolare del Ministero esclude di suo sia le DOCG che molte DOC e loro sottozone.

Viceversa un “Pinot Grigio Friuli Grave”, un “Merlot Piave” o una “Barbera Piemonte”(per fare qualche esempio) non solo non dovrebbero risentirne come immagine (a patto di mantenere una coerenza anche di prezzo) ma, in molti casi, trarne addirittura un giovamento commerciale, più che mai necessario in questo momento di recessione economica.

Diverso è il caso di DOC dal posizionamento più affermato o che hanno raggiunto una nicchia distintiva. In tal caso la scelta non può essere solo di natura economica o di costo/opportunità.

Chiudo però con una domanda: ma se il contenitore è importante per il posizionamento (anche in senso negativo) di un vino, perchè i Disciplinari consentono la vendita del vino DOC in damigiana e non in Bag-in-Box?

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3 pensieri su “To bag or not to bag?

  1. Concordo pienamente con questa tua considerazione, trovo squalificante l’uso della DOC per la vendita di qualinque prodotto sfuso destinato al consumatore finale. I consorzi dovrebbero rivedere le loro posizioni sulla gestione delle doc e non pensare prevalentemente a far cassa. Qualche anno fa i vini DOC rappresentavano il 50 % della produzione vinicola regionale, tutti utilizzavano la doc per evitare distillazioni obbligatorie ed altre porcherie sul generis. Altro che investimento sulla qualità e sull’immagine dei vini e dei territori di produzione. A distanza di pochi anni se leggo correttamente le statistiche disponibili sul sito del più grande consorzio tutela vini (grave) siamo scesi al 5% della produzione e sul prezzo la differenza è rappresentata dal ricarico sul costo derivante dal processo di certificazione alla DOC. Il risultato di tutto questo ha costretto i migliori vignaioli ad investire sul proprio marchio rinunciando loro malgrado ad una strategia di sistema mplto più premiante ma ancora irrealizzabile.

  2. Sì, sono d’accordo: il bag-in-box usato strategicamente può essere una risorsa da non sottovalutare. La domanda per vini bag-in-box c’è, all’estero, in alcune fasce di consumatori. Perché non creare un’offerta adeguata allora. Anche perché se non lo facciamo noi con i vini italiani, lo faranno (e già lo stanno facendo) altri paesi produttori.

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