Incontro con Angelo Gaja

5 09 2008

Lo ammetto. Sono nella mailing list delle persone cui Angelo Gaja invia periodicamente le sue considerazioni sull’attualità del mondo del vino. Dopo la sua recente presa di posizione sulla vicenda Montalcino cui ho risposto direttamente, trovandomi nei giorni scorsi nelle Langhe per alcuni incontri di lavoro ed un paio di giorni di ferie, a seguito di uno scambio di e-mail abbiamo concordato un incontro presso la sua sede di Barbaresco.

In questa sede non intendo riportare il contenuto dell’ora e passa di cortese chiacchierata intercorsa sorseggiando un piacevolissimo Barbaresco 2004, ma precisare alcune considerazioni che ho in parte esposto sul blog di Franco Ziliani e su cui ho avuto modo di confrontarmi con Gaja stesso.

La sua idea di “individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino” non mi convince del tutto. Si potrebbe utilizzare una menzione tipo “Classico” per il primo, però resta sempre un doppio binario parallelo che creerebbe confusione.

Parimenti, è vero che Montalcino non deve perdere un treno importante: essere identificata nel mondo come la massima espressione di un binomio vitigno/luogo. Come avviene in Borgogna per il Pinot Nero, nelle Langhe per il Nebbiolo, a Montefalco per il Sagrantino o a Pomerol per il Merlot (ma gli esempi sarebbero molteplici). Quindi è indiscutibile che il nome Brunello deve essere associato a Sangiovese.

Personalmente resto dell’idea di lavorare sul nome Montalcino e su una revisione del Rosso, consentendo la creazione di vini a DOC con una percentuale consentita di altri vitigni (lasciando al Sangiovese un 70% circa), al caso cambiando il periodo di affinamento. Alla stessa conclusione, come confermato da un’intervista rilasciata a Winenews.it, è giunto Franco Biondi Santi (non un “modernista” qualunque), che conferma come sia proprio il discipinare del Rosso a richiedere un aggiornamento.

Guardando le cose da distanza mi pare che la DOC Sant’Antimo sia fallita o, perlomeno, non abbia raggiunto l’obiettivo dichiarato di creare dei vini più internazionali che facessero da contraltare al Brunello e facessero conoscere Montalcino anche come patria di grandi rossi “moderni” (uso un termine su cui si potrebbe discutere a lungo). Al più ha consentito di completare l’offerta delle aziende con un Merlot o un Syrah, ma non molto di più.

Al momento non è ancora chiaro cosa porterà la nuova OCM, se effettivamente le DOC verranno stravolte, se ne spariranno molte, inglobate da DOP o IGP. I disciplinari non sono le tavole di Mosè, sono un accordo tra produttori ed appartengono in primis ai produttori. Ad es., nel momento in cui venisse creata la DOP Montalcino ne andrebbe scritto il disciplinare: e se fosse in quella occasione la maggioranza dei produttori decidesse di consentire una percentuale di altri vitigni, ricevendo il placet da Bruxelles?

Su una cosa posso dire di essere in piena sintonia con Angelo Gaja: sulla OCM le informazioni sono ancora poche. Ma una cosa è certa: se comportasse la distruzione del sistema delle DOC/AOC, i francesi (che sono sempre stati più solerti di noi nei rapporti con gli organismi comunitari) non l’avrebbero lasciata passare!


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