Alcuni tabù nel mondo del vino

23 08 2008

Siamo ormai a fine estate, si rientra man mano al lavoro, le vendemmie stanno incominciando, quindi anch’io butto giù un post che vuole essere più leggero, anche se gli argomenti meriterebbero molte riflessioni.

Il tema è quello dei tanti tabù che girano attorno al mondo del vino, sia tra gli addetti ai lavori che tra i consumatori. Non mi riferisco a temi “alti”, bensì ad argomenti più quotidiani, spesso relegati a discussioni amichevoli, ma che possono avere un significato tutt’altro che trascurabile.

Visto che ho appena sorseggiato un calice di Tocai 2002 Collio di Mauro Drius, in forma eccellente, un primo tabù è quello che i vini bianchi non durino nel tempo e vadano consumati entro la vendemmia successiva o poco oltre. Conosco produttori che stanno rallentando sempre più l’uscita sul mercato dei propri vini ma debbono scontrarsi con una parte ampia degli acquirenti finali ed intermedi (soprattutto la ristorazione) che a giugno vuole sulla tavola i vini dell’annata precedente, se no si rivolge altrove. In Francia, ad es., questo so non succedere, la cultura che il vino ha un affinamento e una durata nel tempo è comune. Anzi, viene data per scontata!

Alcuni tabù riguardano il packaging:

  1. Bottiglia: “o vetro o muerte”. Se ne è discusso recentemente anche sul blog di Lizzy Tosi. Faccio una semplice considerazione: io sono il primo a difendere il posizionamento alto dei nostri vini di pregio, sia che si chiamino Barolo o Amarone sia che riguardino DOC più ampie, ad es. Soave (se si conferma la scelta della qualità che sembra essere stata perseguita negli ultimi anni). Il problema è un altro: essendo il primo o il secondo Paese produttore al mondo in volume (a seconda delle annate), non possiamo limitarci solo a vini di alta gamma. Benissimo i vini da tavola o gli IGT, ma perchè dobbiamo lasciare che segmenti sempre più importanti del mercato, soprattutto di alcuni mercati, siano presidiati e ben sfruttati da altri? Se questi consumatori cercano un Pinot Grigio o un Dolcetto DOC perchè lo ritengono superiore all’IGT e sono disposti a pagare qualcosa di più per fare trading-up (ossia spostarsi su una fascia di prezzo superiore), perchè rinunciarvi ideologicamente? Si parte troppo spesso dall’assunto che nel cartone vada il vino peggiore, ma non è vero! Basta chiedere a quei produttori che partecipano ai tender banditi dal Systembolaget, ossia dal Monopolio svedese, che si vedono chiedere come requisito essenziale una qualità per il bag-in-box analoga a quella della bottiglia. Lasciare ad altri queste fasce di mercato crescenti significa lasciare profitti, quindi altre aziende cresceranno e investiranno in altri mercati o in altri segmenti, assumendo sempre maggiore forza. Significa, nel medio periodo, penalizzare le nostre aziende, almeno quelle che possono o vogliono lavorare con contenitori alternativi. Ad es., perchè il Novello deve stare nel vetro e non nel PET, visto che ha un consumo praticamente limitato ad un periodo breve?
  2. Chiusure: “vade retro screwcap”. Mi riallaccio a quanto appena scritto: perchè il Novello deve essere tappato a sughero (che sia intero o birondellato). Qua è importante il ruolo di chi lavora a mescita: deve mostrare al cliente come il tappo a vite sia comodo ed efficiente per entrambi.
  3. Formati: “la 0.375 non la vuole nessuno”. Non è che dipenda da un po’ di pigrizia di alcuni produttori che di alcuni ristoratori o distributori? All’estero se ne vedono di mezze bottiglie. Forse dipende dalle giuste scelte di canale (ad es. ristorazione o accoglienza business) o anche da un atteggiamento più proattivo (un cliente potrebbe consumare 2 mezze bottiglie diverse invece di una unica).

Altri tabù sono legati al momento storico. Penso alla barrique. Conosco persone che qualche anno fa, quando si parlava dei vini che apprezzavano, ti rispondevano “io bevo solo vini barricati”. Oggi, vai in enoteca e senti chiedere un Bordeaux o un Borgogna “ma non barricato” o un Brunello “ma non fatto in legno”🙂

Il vino tabù per eccellenza è il rosé: chi lo reputa un taglio tra bianco e rosso, chi lo guarda con sufficienza, chi non lo trova un vino “serio”. Eppure nel mondo c’è una richiesta di rosè fatti bene pazzesca! Sarà che poche aziende in Italia ci hanno investito con convinzione? Penso ad es. al grande (in tutti i sensi) Damiano Calò, uno dei pochi che sta investendo da anni sul nobilitare questo prodotto anche a livello di comunicazione.


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