Possiamo imparare dagli errori altrui?

10 08 2008

In questi caldi giorni di inizio agosto, approfittando della presenza in Friuli di uno dei principali e più rispettati négociant bordolesi, che fa lezione al nostro Executive Master in Wine Business durante la settimana di studio a Bordeaux, ho partecipato all’organizzazione di un piccolo seminario che si è tenuto a Cormons.

Con la collaborazione dei Consorzi DOC Friuli Isonzo e Collio, il nostro prestigioso ospite, professionista che opera quasi esclusivamente nell’esportazione di vini di fascia medio-alta (cru classé), ha tenuto una relazione ad operatori vinicoli friulani e della vicina Slovenia sulla situazione dei mercati internazionali per i vini di pregio, portando l’esempio di come si stia muovendo la zona di Bordeaux.

Siccome era di comune interesse prendere in esame i punti di contatto con la produzione locale, prevalentemente incentrata sui vini bianchi, e comprenderne le potenzialità di sviluppo, la parte finale del seminario ha riguardato l’evoluzione del mercato per i bianchi secchi bordolesi.

Da questa è emerso come, dopo la crisi degli anni 1991-93, che hanno visto la riconversione di una grande parte dei vigneti a rosso (anche grazie al c.d. “French Paradox“) a Bordeaux si sia sempre più divaricata la forbice tra chi produce vino bianco di pregio (i migliori nella zona delle Graves, soprattutto a Pessac-Léognan) e comune Bordeaux Blanc (principalmente nelle Entre-deux-Mer), sempre più in crisi.

In volume la produzione si è ridotta moltissimo (meno del 25% del totale, quando 20 anni fa era quasi il doppio e negli anni ’60 il sémillion era la varietà più piantata in tutta la regione!) ed oggi sui mercati internazionali c’è carenza di prodotto di qualità. Bordeaux, in pratica, non riesce a soddisfare una domanda crescente di vino bianco secco che affianchi quella di vino rosso. Molti Châteaux, oggi, stanno piantando sauvignon e, in parte, sémillion, per completare il proprio portafoglio prodotti e, se vogliamo, replicare il brand (quando ce l’hanno). Nelle Grave, la zona di elezione per i bianchi secchi, a fianco agli storici Domaine de Chevalier o Fieuzal, sono via via emersi Smith Haut Lafitte, Malartic Lagravière, Olivier, Latour Martilliac… Ma anche nel Medoc non si sta a guardare, dal Pavillion Blanc di Margaux al bianco di Lynch Bages (sebbene ancora con quantità limitate, poche decine di migliaia di bottiglie).

Ma prima che questi vini acquistino fama o, perlomeno, raggiungano i quantitativi che consentano una significativa presenza sui mercati, forse c’è un’opportunità per altre zone (magari il Friuli stesso) per soddisfare la domanda di vini bianchi di fascia medio-alta, principalmente nella ristorazione e nell’Horeca in genere.

Anche qua è importante non fare lo stesso errore compiuto dai bordolesi a inizio anni ’90, quando hanno speso le proprie energie per rincorrere un trend, quello dei vini rossi, tralasciando una parte importante della produzione, cui veniva riconosciuta una significativa presenza ed una certa autorevolezza sui mercati (ad iniziare da quello inglese e da quello del Benelux).

Troppo spesso il nostro settore vinicolo ha rincorso mode, più nel bianco che nel rosso: dall’utilizzo spesso eccessivo del legno ad un ritorno (quasi una ritirata) verso l’acciaio, da alcoolicità esasperate a magrezze scambiate per freschezza, da vitigni internazionali ovunque ad autoctoni (che prima venivano sbeffeggiati) a tutti i costi…

Guardando al Friuli si nota come siano poche le aziende che negli anni abbiano saputo procedere nello sviluppo e nell’evoluzione di uno stile con coerenza. La maggior parte ha cambiato più volte stile e tipologia di produzione. Restare ancorati ad una visione non significa sempre essere “conservatori”, molto spesso significa avere volere trasmettere ai vini una personalità ed un timbro ben riconoscibili al di là delle mode. Ma significa anche cercare di imparare dalle esperienze (positive o negative) degli altri e calarle nella propria realtà senza dover ogni volta stravolgere la propria visione e ripartire da capo. Viceversa si cade nell’insicurezza e nella scarsa capacità di vedersi collocati su un mercato, quello ormai internazionale del vino, con una presenza coerente e consistente.

Una zona vinicola che vuole emergere in quanto tale (e non come pura sommatoria di aziende e marchi), deve riuscire a darsi obiettivi a lungo termine ed una visione per il futuro senza dover ondeggiare. In Friuli in particolare servono scelte forti (come emerso anche da una ricerca che ho realizzato con Wine Intelligence e di cui ho già riferito qui) che posizionino la regione sulla mappa delle più importanti e riconosciute zone vinicole del mondo, anche per poter meglio sfruttare occasioni quali gli errori strategici altrui, come ci ha insegnato l’esperienza dei bianchi di Bordeaux.


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One response

4 11 2008
Il mercato del collezionismo vinicolo « Wine Business

[…] di opinion leader), seguendo il vento che tira, sia nella tipologia di prodotto (come ho già avuto occasione di scrivere) che nelle strategie […]

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