Turismo del vino: anche a Bordeaux qualcosa si muove

13 06 2008

Gli stranieri (e soprattutto noi italiani) hanno sempre guardato alla Francia come l’esempio che tutti vorrebbero seguire o raggiungere in campo vinicolo. Per decenni i vini ed i produttori francesi sono stati considerati come un benchmark assoluto, Sopexa come l’Ente di promozione che tutti vorrebbero avere, le loro DOC e le Interprofessioni come strutture da copiare. Eppure pare non essere tutto oro quello che luccica!

Cheval BlancFrequento per motivi di lavoro la Francia e, in particolare, Bordeaux da ormai 5 anni e, ogni volta che passo di qua devo rivedere alcune di queste mie convinzioni. Non perché vedo particolari defaillances ma perché sono gli stessi professionisti del vino a dimostrare che la crisi anche qua è pesante. Addirittura, quando due anni con la 2a aula del Master in Wine Business fa siamo andati a visitare un’azienda nel Bergerac per portare a termine un case study sulle difficoltà che affrontano le denominazioni minori, i produttori erano ansiosi di conoscere le nostre chiavi di lettura perché, a dir loro, “gli Italiani sono bravi a fare marketing del vino”! Ma da noi non si dice lo stesso dei francesi?

Comunque, proprio per fronteggiare la crisi che vede coinvolta la stragrande maggioranza delle aziende (avere Bordeaux in etichetta, ormai, non basta più a vendere il vino), molti Château si stanno attrezzando con strumenti che altrove sono ormai comuni, primo fra tutti il turismo del vino. Non che i turisti mancassero! Solo che nella maggior parte dei casi trovavano i cancelli chiusi…

Bordeaux è una città bellissima, la ristrutturazione incominciata qualche anno fa sta procedendo alla meraviglia, il centro storico (area pedonale più grande d’Europa) viene tagliato da 3 linee di metropolitana che congiungono i vari quartieri, il lungofiume concede un colpo d’occhio spettacolare sul magnifico skyline della città. Mancavano solo gli Châteaux… Ma ora qualcosa è cambiato.

A parte le pionieristiche esperienze di Mouton Rothschild, Smith Haut-Lafitte o di Pichôn Longueville (Baron), che hanno iniziato già anni fa a gestire l’accoglienza dei turisti (non solo dei buyer o dei giornalisti), l’altro giorno abbiamo visitato lo Château d’Arsac (AOC Margaux) e la vicina Winery, di proprietà di Philippe Raoux. La famiglia Raoux si è trasferita a Bordeaux dopo l’indipendenza algerina, ove ha continuato a commerciare vino, diventando un pioniere nella vendita a distanza (per posta e telefono).

Chateau d\'ArsacHa prima ristrutturato lo Château d’Arsac, decidendone la sua caratterizzazione con opere di artisti contemporanei (in quanto “il vino è assieme antico come l’arte ma contemporaneo”), presenti sia all’aperto (nei giardini e nelle vigne) che nella moderna cantina. Se alcune realizzazioni personalmente mi paiono discutibili, l’intento di differenziare l’azienda dagli altri è certamente riuscito.

Dovendo poi spostare gli uffici e i magazzini dell’azienda di vendita per corrispondenza (che negli anni ’70 contava già oltre 75.000 clienti nella sola Francia) dal centro città, le ha insediate a poche centinaia di metri in linea d’aria dallo Château. La WineryMa non solo. Raoux ha brillantemente intuito che a Bordeaux e, in particolare, nel Médoc, mancava quanto, invece, si può trovare altrove, ovvero un punto di aggregazione che parlasse del vino e fosse al vino dedicato.

Ha così creato la Winery, primo esempio in Francia (ma non solo) di struttura multifunzionale sul vino, lungo una strada ove passano 80mila auto al giorno (convinto di intercettare parte di questo flusso). In essa si trova una fornita enoteca (con anche una buona selezione di vini italiani) con prezzi più che onesti (ben inferiori ai negozi cittadini), un ristorante (con qualche ambizione), una sala convegni e, soprattutto, una sala degustazione multimediale ove si può scoprire, con un innovativo programma/percorso brevettato, a quale gusto personale si è più inclini. sala degustazione

L’intento è aiutare il consumatore ad avvicinarsi ai vini attraverso la propria predisposizione naturale (valutata secondo diversi parametri e identificata da alcuni stili di vino). Durante la nostra visita non abbiamo avuto tempo per provarne l’efficacia.

Anche in questo caso, se l’idea ci sembra azzeccatissima, la realizzazione presta il fianco a qualche obiezione. Dalla struttura, più simile ad una serra per fiori, ad alcuni dettagli (ad es. l’utilizzo, come copertura delle stradine interne, di traversine di legno ben impregnate di pece che, sotto al sole, rilasciano un “delicato” profumo che sa tanto di ferrovia!).il ristorante


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