Don’t cry for me, Montalcino

19 05 2008

Visto che tutti ne parlano e scrivono, anche autorevolmente (ad es. Carlo Macchi o Franco Ziliani, in particolare nella sua recente intervista al critico del New York Times), farò anch’io in questa sede qualche considerazione personale sulla vicenda “Brunellopoli” (come è stata ormai definita dalla stampa).

Non perchè ritenga che il mondo del vino stia in trepidante attesa di una mia dichiarazione🙂 ma poichè, nei giorni scorsi, durante una delle settimane di lezione dell’Executive Master in Wine Business ho avuto l’opportunità di confrontarmi in aula con studenti che lavorano a Montalcino (ma non solo) e, contemporaneamente, con Donatella Cinelli Colombini, che ha tenuto una docenza sul Turismo del Vino e l’accoglienza in cantina.

La vicenda è iniziata malissimo, con articoli e copertine in pieno Vinitaly, come una bomba ad orologeria. Soprattutto, il paragone o, perlomeno, la contemporaneità con altre vicende legate a presunte sofisticazioni, hanno reso di dominio pubblico (ingigantendone, in senso negativo, la portata) una notizia che, viceversa, sarebbe rimasta abbastanza delimitata nell’ambito della stampa di settore. Per fortuna, alcune illazioni (taglio con vini provenienti dalla Puglia o da altre zone, come anche Brunelli prodotti in prevalenza con altre uve) si sono presto sgonfiate.

Cosa è rimasto dal polverone, almeno da quanto si percepisce ora? Alcuni produttori avrebbero commesso delle irregolarità, utilizzando nel blend finale anche “piccole” percentuali (uso le virgolette in quanto non è stata ancora stabilita l’entità) di altri vitigni. In qualche caso è risultato che vi siano ettari di vigna piantata a Merlot ove invece doveva esserci Sangiovese (e qua potrebbero sorgere altri problemi legati all’utilizzo di finanziamenti europei per l’impianto dei vigneti).

Prima premessa: se il disciplinare che i produttori si sono dati prevede l’utilizzo di Sangiovese al 100%, tale disciplinare deve essere rispettato. Se no, possono cambiarlo (non giudico in questa sede se la scelta sarebbe giusta o sbagliata)!

Seconda premessa: a mio parere, se uno compra vigneti a Montalcino (col prezzo che hanno) per fare Merlot, Cabernet o anche un qualsiasi “Supertuscan” (il cui mercato mi risulta sia tutt’altro che eccitante negli ultimi anni) non coglie il valore aggiunto (ed il premium price che può strappare sul mercato) che la denominazione Brunello di Montalcino oggi garantisce.

Nel caso di irregolarità, un conto sarebbe accertare che tali irregolarità fossero basate sulla presenza di vitigni differenti in vigna: vuoi per mancata selezione, per errore del vivaista (capita anche quello…),  per età del vigneto (esistono vigne in cui, quando una pianta moriva veniva sostituita con altre barbatelle, non necessariamente della stessa varietà). Ma anche comuni pratiche di cantina (ad es. la ricolmatura delle botti con altre). Non vorrei sembrare troppo garantista, ma tali situazioni sono molto più diffuse di quanto comunemente si dica.

Altra cosa sono scelte aziendali (agronomiche, enologiche e commerciali) che prevedono deliberatamente il taglio del Sangiovese con altre uve (odio il termine “migliorative”) allo scopo di rincorrere un gusto differente, diciamo più morbido. In tal caso, si cadrebbe nella truffa. 

Ma, una volta che la Magistratura avrà accertato che alcune cantine hanno utilizzato (in percentuali da definire) anche altre uve e mosti, rendendo il vino non più “atto a divenire Brunello di Montalcino DOCG” (per usare una formulazione che spesso si legge sulle botti o sulle vasche), come se ne esce?

Volendo essere il più oggettivo possibile, mi chiedo se è possibile per Montalcino (intesa sia come DOCG che come zona vinicola o eno-turistica) compiere scelte radicali in questo momento. Se da un lato mi sembrerebbe demenziale modificare il disciplinare della DOCG ora (in futuro dipende dai produttori), in quanto si ammetterebbe che il Brunello è già fatto in modo non conforme ad esso, personalmente escluderei anche azioni di segno opposto, ossia la cacciata dal Consorzio e altre decisioni “giustizialiste” nei confronti di produttori che avessero commesso irregolarità. Parlo di irregolarità, perchè se si accertasse che i taroccamenti erano sistematici e profondi, sarebbe una brutta gatta da pelare un po’ per tutti (dai produttori stessi coinvolti ai degustatori, ma anche per tutta la DOCG che ne riceverebbe una mazzata non so quanto salutare).

Può Montalcino fare a meno di Banfi, Argiano, Col d’Orcia, Frescobaldi, Antinori (che da soli fanno oltre il 50% della produzione) e/o di altre cantine di cui, a vario titolo, si è scritto? Dal punto di vista della diffusione del prodotto e del nome Montalcino nel mondo (ad iniziare dagli USA, primo mercato di sbocco col 25% della produzione), ossia dal punto di vista del marketing del Brunello e di quanto sta attorno, è innegabile il ruolo che queste cantine (ad iniziare da Banfi oltre 20 anni fa) hanno sostenuto. Possono essere “abbandonate” al loro destino? Può Montalcino prescindere da esse?

Certo, devono rispettare le regole, mi si obbietterà. Ma non è pensabile una soluzione temporanea, legata solo all’annata in commercio, che consenta la commercializzazione (in una forma da verificare, tipo un nome di fantasia) per quei vini che hanno solo una lieve difformità dal disciplinare, secondo una soglia da quantificare di comune accordo con il Consorzio (che ne so, 4-5%)?

Non parlo di una semplice sanatoria “tarallucci e vino”, ossia pagate una multa e facciamo finta non sia successo nulla, ma una soluzione che risulti da ammonimento per tutti, ma che non si riveli, per le aziende coinvolte, una penalizzazione eccessiva (tipo il sequestro a tempo illimitato o la distruzione della produzione) che andrebbe a riflettersi su tutta l’economia ilcinese.

C’è un duplice rischio, a mio avviso: da un lato un deprezzamento di tutta la denominazione (anche per i produttori corretti), dall’altro la mancanza sul mercato di qualche milione di bottiglie che verrebbe rimpiazzato da altri vini, a questo punto prodotti in altre zone. Certo, seguendo le leggi dell’economia, se improvvisamente mancasse il 50% di un prodotto, la domanda porterebbe ad un aumento del prezzo e si tradurrebbe in un maggiore profitto per chi offre il prodotto stesso. Ma in questo caso c’è il concreto rischio che tale effetto si limitasse al breve periodo, venendo intaccata l’immagine e l’affidabilità di tutta la zona.

Un’altra domanda, stavolta volutamente maliziosa, che mi sono posto è la seguente: ma se al posto di Merlot o Cabernet fosse accertato che il Sangiovese veniva tagliato col Colorino (o il Canaiolo, o con altro Sangiovese proveniente, che ne so, dalla Maremma), ci sarebbe stato tutto questo casino? O in questo momento storico bisogna necessariamente far passare i vitigni “internazionali” come untori, mentre un’eventuale taglio con uve locali potrebbe, al limite, essere accettato o, perlomeno, visto come un peccato veniale (“vabbè, per questa volta passi, maramaldi, ma la prossima state attenti”)?😉


Azioni

Information

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger cliccano Mi Piace per questo: