Il mercato del collezionismo vinicolo

4 11 2008

Con alcuni amici (produttori di vino, rappresentanti, ristoratori, appassionati) ho il piacere di trovarmi alcune volte l’anno per condividere le migliori bottiglie presenti nelle rispettive cantine. I temi che cerchiamo di sviluppare sono svariati: dal semplice confronto tra varietà, tipologie o zone (per uscire da una prospettiva locale) a discorsi più complessi, quali l’evoluzione, la tenuta nel tempo, il confronto tra stili, le differenti tendenze produttive in un’ottica di mercato…

Così ieri, in nove appassionati, abbiamo organizzato una stappatura che santificasse la giornata del patrono di Trieste, San Giusto, e nobilitasse la qualità non solo dei cibi ma anche dei convenuti. Per una volta ci siamo concessi un tema molto semplice: grandi bottiglie, o presunte tali. In puro spirito edonistico, senza fare classifiche ;-)

In questa sede non voglio descrivere i vini, riporto solo la lista dei “cadaveri eccellenti” (in molti casi, vini veramente fantastici), sia per far morire di invidia quelle 3 o 4 persone che leggono questo blog e che non erano presenti :-p sia per trarne un primo spunto di discussione, che sotto vedrò di trattare in modo un po’ più serio. Li raggruppo per categorie e non per ordine di servizio.

Champagne:

  • Dom Perignon 1999
  • Krug Grande Cuvée (etichetta gialla)
  • Goisset-Brabant Blanc de Blancs 1996
  • Bollinger RD 1997 (due bottiglie)
  • Dom Ruinart 1996

Vini bianchi

  • Fritz Haag Riesling spätlese 2007 (Mosel-Saar-Rüwer)
  • Villa Russiz, Sauvignon de la Tour 1995 (ma non bisogna dire a Gianni Menotti che era buono…)
  • Villa Russiz, Sauvignon de la Tour 1999 (idem)
  • Château Simone Palette 2005 (Provenza, uno dei vini culto per molti intenditori)
  • Meursault Les Tessons 1997 Pierre Morey
  • Chablis 1er cru Vaillons 1987 Domaine Servin (non sarà Raveneau, ma trovarne di bianchi così dopo 20 anni di bottiglia…)
  • Chardonnay Isonzo del Friuli 1996 Borgo San Daniele
  • Pouilly-Fumé Pur Sang 1996 Dagueneau (un omaggio al grande Didier recentemente scomparso)
  • Saurint COF 2004 Miani

Vini rossi

  • Château Haut Brion 1970 (ancora di livello, sebbene con qualche primo segno di stanchezza)
  • Château Mouton Rothschild 1970 (questo in splendida forma! E quando mai ci ricapita di assaggiarlo??)
  • Montepulciano d’Abruzzo 1993 Valentini
  • Château Musar 1993
  • Brunello di Montalcino 1993 Case Basse – Soldera

Vini dolci

  • Riesling auslese Oberhauser Brücke 2003 Döhnnof (2 mezze bottiglie)

Alcuni di questi vini sono molto ricercati dai collezionisti (non solo per il prezzo), a dimostrazione che esiste un mercato molto specializzato e che spesso sfugge a molti operatori.

Qualche giorno prima, invece, mi è capitato di assaggiare (rigorosamente alla cieca) una quarantina di vini bianchi friulani (con un paio di intrusi) tra quelli premiati dalle varie guide recentemente pubblicate. Con risultati che ho trovato francamente discutibili, soprattutto dal punto di vista della visione d’insieme. Almeno la metà dei vini, infatti, è risultata standardizzata su sensazioni semplici, fresche, vegetali (gambo di sedano, finocchio…), senza la dovuta complessità che ci si aspetterebbe da un bianco friulano che si ritiene degno di stare sulle tavole del mondo. Assieme alla possibile evoluzione nel tempo è questa, almeno per me, la prospettiva con cui va giudicato un vino che deve rappresentare un territorio.

Mi sembra invece che, rispetto a qualche anno fa, diverse aziende operino più con una prospettiva di breve periodo (caratterizzata da uno stile “anni ’80”) che con un approccio orientato ad ottenere il massimo da un vitigno (o un blend) o da un’annata al fine di emergere dalla massa. Non si tratta in questa sede (né è quanto avviene durante le nostre degustazioni) di criticare il lavoro altrui (sia delle aziende che di chi compie con correttezza e professionalità il ruolo di critico enologico). Da appassionato di vini di qualità e da osservatore di questo settore (e, in parte, da addetto ai lavori), nonché da amico di molti produttori friulani, mi chiedo:

  • è la strada della semplicità, del “fresco-floreale-magari dolcino-non troppo impegnativo” a premiare una zona (discorso che si può poi scalare in grande, vedi regione, o in piccolo, vedi DOC)?
  • è questa semplicità a risultare poi il famoso “messaggio” di cui i vini (in questo caso friulani) sono portatori?
  • è questo il concetto di riconoscibilità territoriale?
  • non è questa, invece, una rinuncia preventiva a cogliere tutte le potenzialità di un territorio per limitarsi ad un onesto compitino?

E’ un discorso troppo ampio che richiederebbe un degno approfondimento. Riportiamolo al tema di questo articolo: con questo stile, il vino (friulano) diventerà mai un oggetto da collezionismo o sarà mai ricercato e ambìto dalla folta schiera dei “wine collectors” che si contendono le migliori bottiglie in giro nel mondo?

Perchè mi riferisco ai collezionisti e alla loro importanza? Innanzitutto perchè sono quella parte di appassionati che investe molti soldi in vino, sia per berselo che come vera e propria forma di investimento (leggi questo articolo di Winenews come esempio). Il canale delle aste specializzate, infatti, è sempre fiorente, come dimostra un altro articolo pubblicato sempre da Winenews, che si conclude con un’intervista a Giorgio Pinchiorri (che gestisce uno dei più celebri ristoranti italiani, anche grazie al ruolo della fornitissima cantina). Pinchiorri conferma come “I grandi vini andranno sempre a ruba” e che “Il mondo del grande vino non risente del calo dei consumi”.

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In un articolo su Vinfolio l’autore si chiede quanto grande è il mercato dei vini di pregio, in particolare quello delle bottiglie che il consumatore può acquistare ad un prezzo superiore ai 50 US$ (diciamo oltre i 40€), quelle che nelle ormai classiche segmentazioni per livello di prezzo (ad es. quella a fianco, ove si mette in relazione la fascia di prezzo con la dimensione delle quote di mercato in volume) si definiscono “Icon wines”. Un mercato che (secondo una segmentazione proposta nel 2003 da Rabobank e successivamente ripresa dal prof. Eugenio Pomarici in una pubblicazione del 2006), se sembra piccolo in volume (tutti i vini che il consumatore finale trova sopra i 10€ alla bottiglia coprono il 10% del mercato) in valore raggiunge il 40%, arrivando così nel mondo a valere qualche miliardo di dollari.

In un altro articolo lo stesso Steve Bachmann, in un momento in cui i prezzi dei vini di pregio stanno salendo anche grazie alla globalizzazione dei mercati e alla maggiore informazione dei consumatori grazie alla diffusione di Internet, suggerisce di diversificare gli acquisti, focalizzandosi su regioni e produttori meno conosciuti ma di valore: Have the confidence in your own palate to try wine from new producers and “less famous” regions.  Ask your wine retailer or wine friends for recommendations.  Part of the fun of wine collecting is discovering new wines whose quality has yet to be recognized by the world.

Il Friuli, ma come esso altre regioni o denominazioni, possono inserirsi in questo mercato? Per arrivarci, quali passi devono compiere? A mio avviso è determinante il ruolo dei pionieri, di quelle aziende vocate e votate all’altissima qualità non solo produttiva ma, evidentemente, anche di marketing (qua il concetto di “posizionamento” deve essere ben chiaro e supportato da tutte le attività aziendali, ad iniziare dalle politiche distributive e di pricing).

Ma non devono predicare nel deserto: se si vuole che sia un intero territorio ad emergere, è chiaro che dietro ai pionieri devono nascere e progredire i c.d. “follower”, che magari si dimostreranno anche più bravi dei primi. Il problema, invece, si prospetta quando aziende che vanno per la maggiore non hanno fatto scelte di posizionamento ben precise e si affidano all’istinto (loro o di opinion leader), seguendo il vento che tira, sia nella tipologia di prodotto (come ho già avuto occasione di scrivere) che nelle strategie commerciali.

In tal caso, se un territorio non dimostra costanza qualitativa e precise scelte stilistiche (come hanno compiuto, ad es. la Nuova Zelanda o l’Austria, almeno in alcune zone), sarà ben poco appetibile agli occhi delle fasce più alte (anche economicamente) del mercato. Anzi, rischierà di confondersi in un mare magno indifferenziato che, con l’ingresso di un numero via via crescente di competitor, soprattutto nella fascia intermedia, sta configurandosi sempre più come un’arena ove saranno più spesso le capacità economico-finanziarie o di marketing delle aziende a fare la differenza di una supposta tradizione produttiva non sfruttata appieno.

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