Pescare nelle nicchie

10 12 2014

Non sono un pescatore ma, abitando vicino al mare, non ho potuto non fare caso ad alcuni distributori automatici di esche ed altro materiale per chi va a pesca.

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Commodity o vino icona? Il Pinot Grigio tra successo di mercato e percezione del consumatore

30 06 2014

Questo è stato il titolo della relazione che ho presentato in apertura della tavola rotonda che si è tenuta a Corno di Rosazzo (UD) lo scorso 20 giugno 2014, nell’ambito del primo Pinot Grigio International Wine Challenge organizzato dal Consorzio delle DOC del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione dell’agenzia Thompson International Marketing.
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Più marketing o più vendite?

14 02 2014

Le parole Vendite e Marketing sono spesso usate erroneamente in modo intercambiabile per descrivere attività collegate ma diverse. Non si tratta solo di una questione semantica, in quanto tale confusione influisce sull’efficienza e talvolta anche sull’efficacia di entrambe le attività.

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Pur con tutti i difetti, è sempre DOC

4 09 2013

Sono perfettamente d’accordo con Angelo Peretti e quanto ha pubblicato sul suo blog, riprendendo un post di Armin Kobler in merito all’attualità delle DOC: o si capisce che bisogna valorizzare e promuovere un territorio assieme oppure nessuna azienda medio-piccola avrà mai un brand forte per potersi imporre da sola.

Troppo spesso ascolto produttori dire: “ma voi del Consorzio cosa state facendo per me?” oppure “la DOC non mi serve, perché pagare se poi decidono sempre altri?”. Dimenticandosi che i Consorzi sono associazioni di produttori ove chiunque dovrebbe potersi esprimere e le DOC strumenti tecnici scelti dai produttori stessi che, quindi, possono aggiornarle e migliorarle. I disciplinari sono previsti dalla legge, ma è sempre possibile darsi obiettivi più ambiziosi, ad es. attraverso marchi collettivi o accordi tra produttori.

In questa fase c’è una spinta troppo forte all’individualismo… non che mancasse tra i vignerons… Ma è una strategia miope, che non porta da nessuna parte. Basta guardare i listini degli importatori internazionali o le carte dei vini: i medio-piccoli stanno lottando per poche posizioni, intere aree stanno sparendo o sono rappresentate dai soliti noti che hanno saputo crescere e lavorare sulla distribuzione, alle volte a scapito della poesia, offrendo vini centrati per la fascia prezzo occupata. Le DOC, in presenza di territori che non hanno un marchio già forte, restano comunque uno strumento, forse l’unico, per trasmettere un’identità comune.

Ah, certo, come ho già scritto più volte qui, qui o qui, non basta avere una DOC per avere un marchio ed avere successo. Ma, appunto, se non c’è committment e partecipazione, ancor meno si avrà un futuro.





Un vino alla pesca, grazie

18 07 2013

Qualche anno fa i manager di una delle più importanti e storiche società di importazione inglesi, Berry Bros & Rudd, hanno elaborato uno studio su come potrebbe evolvere il mondo del vino nei prossimi 50 anni.

Analizzando i dati storici in loro possesso (BBR ha circa 300 anni di storia!) ed incrociandoli con interviste ad opinion leader, hanno ipotizzato alcuni trend, tra i quali una continua innovazione di prodotto che potrebbe portare all’immissione sul mercato di un numero sempre maggiore di vini aromatizzati, sempre più simili ad una bevanda tipo Redbull, il cui target è chiaramente un pubblico giovanile.

Le previsioni si confermano quanto mai attuali, dal momento che in Francia è appena stato lanciato un vino alla Cola, che strizza l’occhio a quella fascia di popolazione europea che in questi anni non sta facendo del vino un prodotto di affezione.
A differenza di Paesi quali gli USA ove sono proprio i c.d. “Millennials” i responsabili dell’aumento dei consumi.

Forse i puristi inorridiranno. Eppure già oggi, in Italia ed in altri Paesi, una parte sensibile del vino in volume viene “aromatizzato”: non tanto alla produzione quanto al consumo, venendo miscelato con Aperol, Campari, vermouth ed altre bevande, come ebbi già modo di scrivere.
Solo che tanti continuano a non accorgersene.
Forse sarebbe il caso di aprire gli occhi e capire che il consumatore di domani, o almeno una grossa fetta, non consumerà più il vino tradizionale o, comunque, i volumi subiranno un notevole tracollo?

Teniamoci stretti i sessantenni e iniziamo a pensare come coinvolgere i giovani al di la’ delle mode…





Può il settore vinicolo uscire dalla crisi prima di altri?

12 02 2013

In questo periodo potenzialmente prolungato di recessione, che sta colpendo in particolare il reddito medio delle famiglie, facendone crollare la capacità di spesa, anche il settore del vino sta vivendo un sensibile rallentamento. In particolare il vino fermo, che, negli ultimi dieci anni, ha già subito una significativa contrazione della domanda nella sua base essenziale dei consumatori del Vecchio Mondo. Non c’è mai stato però un momento più importante per investire su nuovi mercati.

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Stappature estive e conseguenti riflessioni

11 08 2012

Riprendo dopo ormai un anno a scrivere sul blog. Non che mancassero gli argomenti, ma il tempo e la freschezza mentale per affrontarli. E poi ci sono Twitter e Facebook ove si è sicuramente più immediati.
E riprendo partendo da un argomento che ho trattato poche volte, ossia alcune sensazioni ed alcune riflessioni che seguono lo stappare ed il condividere bottiglie di vino con amici.

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La prima riguarda le bottiglie “prestigiose” e l’uso che spesso i consumatori ne fanno. In molte occasioni mi è capitato di condividere alcuni “grandi vini” o presunti tali. Allo stesso modo mi è stato raccontato di degustazioni in cui il celeberrimo vino X era stato “sconfitto” da altri, magari molto meno costosi. Il maggiore influsso, a mio vedere, che Robert Parker ha avuto sui suoi lettori (intesi come consumatori finali, non produttori) è quello di aver semplificato molto l’approccio al vino, qualcuno dice “democratizzato”, ovvero tutti possono, utilizzando una scala numerica, mettere a confronto bottiglie. Anzi, se ne sentono quasi in dovere. Eppure alcuni vini (non tutti!!) sono diventati famosi e costosi indipendentemente dal punteggio e fanno della regolarità (da decenni) il loro punto di forza, non cercano l’exploit fine a se stesso.

In realtà, il modo giusto per stappare vini “prestigiosi” dovrebbe prevedere, a mio parere, che queste bottiglie siano al centro dell’attenzione, se no si perde un po’ di quell’aurea mistica che tali bottiglie portano dietro. Non si tratta solo di rispetto per i produttori, che deve esserci sempre, che si tratti di un vino prodotto da una cantina sociale o da un famoso Chateau. Si tratta di godere appieno del lato estetico di una bottiglia prestigiosa, quel senso di appagamento e di autorealizzazione di se’ che sta in cima alla Piramide di Maslow. Una semplice degustazione alla cieca di tanti vini spesso fa trascurare questo aspetto, si perde una delle componenti che potrebbe dare maggiore piacere, se vogliamo puramente edonistico.

Sto scrivendo alcune banalità forse. Ne aggiungo altre in ordine sparso, prendendo spunto dagli ultimi vini stappati.

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Fino a che non riuscirà a produrre vini che non solo reggano gli anni ma, anzi, siano pensati per acquisire maggiore complessità nell’evoluzione, il Friuli Venezia Giulia non potrà essere considerata una regione fondamentale nel mappamondo enologico. Tralasciamo la Borgogna, l’Alsazia, il Reno o la Mosella che, tradizionalmente ci hanno regalato vini capaci di invecchiare bene. L’Austria si sta imponendo, negli ultimi 15-20 anni, come il riferimento per i vini indirizzati all’alta ristorazione e ai collezionisti o appassionati. Un target ben preciso conseguente ad un posizionamento ben preciso. Se il FVG fa la gara con il Veneto a chi pianta più barbatelle di glera (fino a pochi anni fa era il pinot grigio, in futuro magari sarà il moscato…), perde di vista l’unico possibile mercato per i propri vini e per la propria affermazione come zona di riferimento. O si acquisisce status e conseguente livello di prezzo, oppure si sarà sempre al traino delle mode e non si trasferirà al consumatore quel senso estetico di cui scrivevo sopra.

Altra banalità: Clos Vougeot è un Grand Cru scandaloso, che andrebbe diviso in almeno 3 o 4 parti, declassandone quella più grande a 1er Cru se non a Village! Inoltre il 1998 è un’annata che non mi ha ancora regalato, nel pinot nero di Borgogna, una bottiglia che fosse veramente piacevole. Tra le annate considerate “minori” mi stappo la 2000 tutta la vita!

Finisco con una non banalità: lo Schioppettino è un grandissimo vitigno sul quale il Friuli dovrebbe investire ulteriormente: pochi ne hanno ancora compreso le potenzialità di invecchiamento, di eleganza e finezza. Se fosse un vitigno francese, sarebbe oggi popolare quanto il pinot nero e faremmo a gara a piantarlo. Ce l’abbiamo in casa, stiamo riuscendo a banalizzare anche questo, spumantizzandolo o appassendolo come una corvina qualsiasi. Ma c’è chi tiene duro da decenni con costanza e lungimiranza spesso inascoltate (Ronchi di Cialla) e chi lo sta mettendo al centro delle strategie di crescita aziendali e di territorio (i produttori dello Schioppettino di Prepotto).








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